TATIYAK - letture

Eskimos, nomades des glaces
Paul-Emile Victor – Editions Mondo 1972

Scheda del 15 giugno 2012 a cura di Tatiana Cappucci

Si tratta di uno dei lavori più pregevoli di Paul-Emile Victor, l’esploratore francese che trascorse due inverni, nel 1934-35 e nel 1936-37, presso gli Inuit del distretto di Ammassalik nella Groenlandia orientale.
E' un po' datato e non è tradotto in italiano, ma è davvero molto interessante.

Knud Rassmussen, l’esploratore danese di origini groenlandesi morto pochissimi anni prima, nel 1933, aveva da tempo avviato studi antropologici approfonditi su tutte le comunità Inuit, dalla Groenlandia all’Alaska, ed aveva messo in luce le differenze esistenti tra i vari gruppi, uniti dalla razza, dalla lingua e dalla cultura materiale ma diversi per la forma delle slitte, per i capi di abbigliamento e per il dialetto locale.
Paul-Emile Victor sembra raccogliere l’eredità di Rassmussen e delinea prima e meglio di altri i caratteri determinanti delle popolazioni Inuit: l’ospitalità, l’amicizia ed il senso delle relazioni umane, il rispetto degli altri essere viventi, la gentilezza, l’ironia e la gioia di vivere.

Il volume di grande formato è di oltre 170 pagine e contiene non solo molte fotografie d’epoca, scattate tra la fine dell’Ottocento ed i primi del Novecento, ma anche diverse tavole storiche risalenti alle prime spedizioni europee, quelle che a partire dal 1600 e ad intervalli sempre più ravvicinati hanno raggiunto il Polo Nord. Stampe d’epoca impreziosiscono il volume e rendono bene l’idea di come i primi esploratori europei ritraevano il popolo Inuit, impegnato tanto nei giochi di gruppo quanto nelle battute di caccia: la didascalia della stampa qui richiamata, per esempio, spiega che la caccia alla balena è condotta non dal kayak, usato invece per la caccia alla foca, ma dall’umiak, la barca delle donne, ed una delle balene cacciate è talmente grande che è stato necessario trainarla con ben tre umiak in linea.

Ogni capitolo del volume è introdotto da un’illustrazione realizzata su pietra, cuoio o carta da diversi artisti Inuit e l’attenzione rivolta all’arte rende il manuale ancor più prezioso. E bene si adattano i disegni agli argomenti trattati nei 14 capitoli tematici: un popolo ammirevole, la sua origine, le sue caratteristiche, la società, la famiglia, la lotta contro il freddo, l’alimentazione, la caccia e la pesca, le migrazioni, le malattie e la morte, le credenze religiose, la lingua e la letteratura, il presente ed il futuro, la carta demografica. Il volume si chiude con una breve biografia dell’autore ed un interessante glossario inuktitut-francese dal quale abbiamo appreso che Ammassalik, o Angmagssalik secondo l’ortografia adottata nelle carte nautiche, non è il nome di un singolo paese ma di un intero distretto, quello principale della costa orientale della Groenlandia, esattamente sul circolo polare artico: la sua traduzione letterale significa “là dove ci sono i capelans”, i pesci che appartengono alla famiglia dei merluzzi e di cui andavano ghiotti gli Inuit del distretto. Inoltre, il glossario riporta la curiosa annotazione che la parola anorak, giacca con cappuccio, è stata introdotto presso gli europei dallo stesso Victor nel 1935. Forse sempre a lui si deve l’adozione del termine ”eskimotage”, per definire la manovra che permette di raddrizzare il kayak quando è capovolto. Il termine “eskimo” ha assunto in molte parti del mondo un’accezione negativa, dispregiativa e persino razzista: è stato sostituito, per lo meno in ambito sportivo, dal corrispettivo inglese “rolling” e “roll”, ma le lingue neolatine, spagnolo, italiano, portoghese e lo stesso francese, sono rimaste ancorate alla prima espressione adottata ed importata da Victor.

Il bel manuale è anche uno dei pochi che affronta in maniera sistematica, chiara ed efficace molti degli argomenti più dibattuti e controversi della storia Inuit: l’origine etimologica del nome “eskimese – inuit”, l’origine geografica, dall’uomo di Cro-Magnon nel sud-est della Francia alle lunghe migrazioni attraverso l’Asia per seguire gli animali, la straordinaria ed ingegnosa lotta contro il freddo e contro la fame, le tecniche di sopravvivenza per resistere in uno dei territori più ostili della terra; l'autore racconta anche della serenità con cui attendevano la morte e la paura invece che avevano delle malattie e della sofferenza, la ricchezza delle credenze e delle tradizioni culturali, la prospettiva di un avvenire tecnologico dopo l’incontro con i primi europei.
E’ il solo libro che ho letto che tratta della lingua e della letteratura Inuit e che riporta per esteso l’alfabeto sillabico Inuit. La lingua Inuit è, per un occidentale, una delle più difficile al mondo, probabilmente solo dopo il cinese. Peary sosteneva che era una delle più povere con appena 400 parole, mentre Stefansson affermava che era una delle più ricche con oltre 4000 parole. Avevano ragione entrambi, spiega Victor, perché la lingua degli Inuit, parlata e compresa da tutti gli abitanti del vastissimo territorio circumpolare, è costituita da un certo numero di radicali fissi, combinati e modificati da prefissi e suffissi che possono generare anche lunghissime parole di senso compiuto.
E ne riporta un esempio lampante: la parola tigui significa arrivare. Così, tiguipok significa lui arriva, tiguipara io arrivo, tiguipakit io arrivo da te, tiguipâdit lui arriva da te etc. Con il suffisso kri, che significa di nuovo, si costruisce la parola tiguikripok, cioè lui è tornato.
Si può arrivare persino a costruire una lunga parola, grammaticalmente corretta, anche se poco usata, che comprende suffissi di vario tipo: tiguikrikritsartisimarmertsimaradoartapangok, che significa all’incirca “dicono che sia tornato ma non l’hanno visto arrivare e che è subito ripartito anche se aveva l’intenzione di restare più a lungo”. Incredibile capacità lessicale e mnemonica!

Non poteva mancare il nostro amato kayak.
Dal glossario: “petit bateau individuel destiné au chasseur – varie avec les tribus. Partout, il est confectionné d’un squelette de bois ou d’os de mammifères marins et recouvert de peau. Ches les Aléoutes, par exemple, il est double et un passager peut y prendre place, entre les pieds d’un des pagayeurs”. Una piccola imbarcazione ad un posto di varie forme e modelli presso le diverse tribù, sempre costituita di uno scheletro di legno o di ossa di mammiferi marini e rivestita di pelli. Presso gli Aleutini, com’è noto, il kayak era doppio ed un passeggero poteva prendere posto tra i piedi di uno dei pagaiatori! Il kayak, nato per cacciare, è stato usato anche per pagaiare in compagnia!
Una volta che lo scheletro è terminato, un lavoro svolto dagli uomini, viene poi ricoperto dalle pelli di foca conciate in modo da risultare impermeabili, un lavoro questo prettamente femminile.

A seconda della forma del kayak, della pagaia, del galleggiante, dell’arpione, del supporto per la cime del galleggiante e di altri particolari apparentemente insignificanti, come le stringhe del ponte anteriore e le stesse decorazioni di avorio o dei legno, è possibile riconoscere l’origine geografica dei diversi kayak. Il kayak è stato fondamentale per gli Inuit di Ammassalik, abituati a disperdersi durante l’inverno nei vari fiordi del distretto per battere differenti territori di caccia e a riunirsi in estate per pescare i merluzzi: per ritrovarsi tutti all’appuntamento con la bella stagione, affrontavano viaggi lunghi e talvolta pericolosi, in kayak ed umiak.
I kayak degli Inuit di Ammassalik, dive Victor, sono i migliori del genere: per non prendere vento, sono molto bassi sull’acqua ed un volta che il cacciatore è seduto nel pozzetto il ponte anteriore emerge solo di pochi centimetri e sembra che l’uomo sia seduto nell’acqua! Per diventare un tutt’uno con il kayak, le gambe del cacciatore sono costrette tra il ponte e la chiglia, così da permettergli di raddrizzarsi subito con un colpo di pagaia in caso di rovesciamento: gli Ammassalimiut erano talmente esperti nell’arte dell’”eskimotage” da avere appreso una trentina di modi diversi di raddrizzare il kayak, dal più semplice al più complesso, quello con una pietra serrata nel pugno.

Se il tempo non era freddo, l’arpione veniva sistemato al suo solito posto, alla destra del cacciatore all’altezza del pozzetto; ma se faceva molto freddo, allora l’arpione veniva lasciato galleggiare affianco al kayak, per evitare la formazione di una strato di ghiaccio che poteva comprometterne il funzionamento al momento opportuno. Una volta avvistata la preda, il cacciatore sistemava sull’arpione la punta mobile e, mantenendo un perfetto equilibrio in kayak, lo scagliava lontano con l’aiuto del legno da lancio, il propulsore dell’arpione che ne aumentava la gittata e permetteva di lanciarlo in maniera più forte e precisa. Una volta arpionata la preda, il cacciatore liberava il galleggiante, costituito da una grossa pelle di foca gonfiata e tenuta sul ponte posteriore, così da poter sia seguire che sfiancare la preda.
Una delle immagini più interessanti del volume è proprio quella che ritrae un cacciatore alle prese con il proprio galleggiante: dapprima lo gonfia e poi lo concia.

E' un libro molto interessante, pensato come un piccolo volume enciclopedico, ricco di informazioni, didascalie ed immagini storiche, pubblicato con l'evidente intenzione di portare all'attenzione del grande pubblico il lavoro antropologico di Victor: benché sia scritto in francese, è di facile comprensione e gli argomenti affrontati riassumono - e talvolta ampliano - quelli già affrontati nel doppio volume scientifico "La civilisation du phoque" curato dall'autore insieme alla collaboratrice Joelle Robert-Lamblin.
Vale certamente la pena di cercarlo, leggerlo e conservarlo in biblioteca.

    

Paul-Emile Victor è stato un esploratore, etnologo, ingegnere, disegnatore, artista e pioniere dell'ecologia.
Nato a Ginevra nel 1907, è morto nel 1995 a Bora-Bora, dove si era da tempo trasferito e dove veniva spesso definito come “un eschimese nel pacifico”.
Il suo sito ufficiale è ricco di informazioni sul suo conto: www.paulemilevictor.fr.
L’autore ha pubblicato nel corso degli anni diversi testi scientifici e divulgativi, con titoli analoghi e contenuti simili, alcuni incentrati sugli studi antropologi, altri sulle raccolte fotografiche, altri ancora sulle impressioni raccolte sul campo, a stretto contatto con gli Inuit.
Oltre al doppio volume su “La civilisation du phoque” e al racconto illustrato per bambini “Apoutsiak, le petit flocon de neige”, abbiamo scovato anche il volume “La vie des Eskimos”, ben più sintetico ma ugualmente corredato di tante belle fotografie di grande formato.

 

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