TATIYAK - libri

L'altra metà del mare
Autrici Varie - a cura di Tatiana Cappucci e Laura Mandolesi
Aracne Editrice - 2008

 
Estratto dal racconto "LE MIE MANOVRE" di Tatiana Cappucci - disegni di Alberto Ruggieri (www.albertoruggieri.net)

Sono nata a Latina, ho studiato a Roma, ho vissuto a Lisbona un anno che ha cambiato la mia vita, ho lavorato a Napoli per quasi dieci anni e da qualche tempo mi perdo nelle nebbie del milanese, per amore e per lavoro.
Faccio l’avvocato ed il più grande complimento professionale che abbia mai ricevuto è che... non sembro un avvocato!
Sono appassionata di kayak da mare da quando un amico napoletano mi ha fatto scoprire le gioie della navigazione e da allora non ho più smesso. Ho seguito un corso base di kayak con maestri illustri a cui devo molto più di quanto non sia mai riuscita a dimostrare, a parole ed in mare. Sono diventata Istruttore, poi Guida Marina, da poco anche Maestro di Canoa, però preciso sempre a tutti che so andare solo e soltanto in kayak… da mare!
Sono da sempre iscritta a Sottocosta, l’associazione nazionale che, nata dalla perspicacia e dalla perseveranza di alcuni “storici” pagaiatori mossi dall’intento di diffondere la cultura del kayak da mare, ha permesso a tanti come me di avvicinarsi alla pratica della navigazione in sicurezza, (quasi) sempre sotto costa, e di scoprire piano piano i mille segreti del nostro mare.
Adoro dormire, leggere e pagaiare, possibilmente in questo ordine.
Ho studiato per anni il flauto traverso, diplomandomi al Conservatorio e sognando a lungo di fare la musicista… ora ascolto il suono del mare e continuo a sognare.
Ho cominciato a “collezionare” una nutrita serie di “nipotine di kayak”, le figlie paffute e rubiconde dei miei più cari amici, mi sono più volte candidata come baby-sitter ma il richiamo del mare è sempre stato più forte.
Colleziono anche conchiglie, sassi ed opercoli, piccoli tesori che il mare mi regala e che mi diverto ad incastonare in collane di rame ed ottone.
Ho un fratello intelligente che mi farà felice quando si lascerà trascinare in kayak...
Pagaio con una groenlandese e navigo su un vecchio kayak bianco con una girandola colorata a poppa!
Per il mio quarantesimo compleanno, vorrei regalarmi il giro dello Stivale in compagnia di una cara amica, matta quanto me, lei in bici ed io in kayak.
... e da qualche anno, conto i giorni che mancano al mio compagno per andare in pensione, così potremmo finalmente girare il mondo in kayak da mare!

Il mio primo invito
“Vieni a fare un giro in kayak?”
Non è proprio come chiedere vieni a fare un giro in bici!
La due ruote la tiri fuori dal sottoscala, monti in sella e pedali un po’ sul lungomare.
Per uscire in kayak, invece, occorre almeno una pagaia, un paio di calzari, una muta, una maglia di lycra, una giacca d’acqua, un giubbotto e... quando fa freddo magari anche un paio di guanti, un cappello e, perché no, anche un maglione pesante. Beh! Io non avevo nulla di tutto questo, rovistando tra “le cose da bici” potevo recuperare a mala pena una maglia di lycra ed un paio di pantaloncini imbottiti, poca roba per un’uscita invernale in kayak! Mi sarei dovuta far prestare ogni cosa, mi sembrava eccessivo, un favore troppo grosso da chiedere ad un amico... però potevo contare su un maglione di lana involontariamente infeltrito “ad arte” durante uno dei miei rinomati lavaggi centrifugati, era di un bel colore verde acqua, si poteva intonare bene ad una “passeggiata” sul mare!
“Vieni a fare un giro in kayak?”, insisteva il mio amico Raffaele , da allora soprannominato “Papele ‘o marenaro”... si vede proprio che vuole prestarmi tutto lui - pensai - kayak ed attrezzature varie, maglione infeltrito escluso. Non me lo sono fatto ripetere più.
In quell’inverno del 2000 il kayak era per me un illustre sconosciuto, con uno sforzo di immaginazione intuivo che potevo andarci a zonzo sull’acqua... neanche al Circolo Canottieri avevo mai visto un kayak da mare prendere il largo.
È bastato l’invito del mio amico, quella prima uscita, una sola, per farmi decidere a comperare un kayak da mare tutto mio!
Vivevo a Napoli da poco, giusto il tempo di ambientarmi e di scoprire i segreti della città, ma avevo capito che il kayak mi avrebbe aiutato nell’una e nell’altra cosa: la città vista dal mare seduce e sconcerta.
Con il tempo poi ho scoperto che la terra vista da mare è più bella e da allora non ho più smesso di andare in kayak.
Il mio amico, dopo quel primo invito, ha preso a rimproverarmi in tono bonario ed ammirato: “È vero, io ti ho messo in kayak, ma tu poi hai esagerato!”.
Uscivo ogni volta che potevo, generalmente nei fine settimana, ma quando riuscivo a scappare dall’ufficio per qualche ora andavo in kayak anche durante la pausa pranzo... già, perché a Napoli hanno sempre avuto la maestria di far durare il convivio fino alle quattro del pomeriggio!
Caricavo sulla moto quelle due o tre cose che allora mi sembravano indispensabili (e che più tardi sarebbero diventate sempre più numerose) e sfrecciavo nel traffico caotico del centro per raggiungere la mia personalissima oasi di pace, silenzio e felicità.
Scherzando con gli amici di allora, raccontavo che il mio kayak “viveva” meglio di me: io avevo preso in affitto un bilocale in miniatura nel cuore dei Quartieri Spagnoli, quinto piano e mezzo senza ascensore, soffitto basso e finestrelle aperte sul cortile interno, bolle di umidità ed intonaco scrostato... cercando di nascondere tutto dietro quadri, suppellettili e mensole di libri, avevo presto finito per trasformare la casa in una sorta di colorato bazar. Il mio kayak, invece, aveva trovato ospitalità a Palazzo Donn’Anna, un maestoso castello del seicento, non diroccato ma mai terminato, costruito interamente in tufo, direttamente sul mare, nella parte bassa di via Posillipo, talmente bello, leggendario e stupefacente da meritare un posto d’onore in tutte le cartoline napoletane!
Lui, il kayak, in una reggia, Io, la padrona, in una catapecchia.
Per giunta, mentre per tornare a casa dovevo arrancare su per il quartiere e poi su per i vicoli e poi su per le scale (forse anche per questo i napoletani dicono “salire a casa”), venti minuti buoni di passi lunghi e respiri ansimanti ed immancabili sudate, per uscire in mare lui (il kayak) doveva solo scivolare fuori dall’androne con le volte a botte ed adagiarsi sulla spiaggia di sabbia che lambisce Palazzo Donn’Anna... inevitabilmente, passavo più tempo a Palazzo che nei Quartieri e cominciavo a sentirmi una regina!
Anche se dai Quartieri non era proprio un scherzo raggiungere Posillipo: dovevo “uscire” la bici dal sottoscala, andare con quella fino al garage dove “tenevo” la moto, qualche vicolo più in là, poi imbottigliarmi tra le auto a Mergellina ed infine sperare di trovare un buco libero per parcheggiare Zazà (la mia moto)... cioè, andavo in bici a prendere la moto, poi in moto a prendere il kayak e finalmente in kayak a prendere l’orizzonte! Era fantastico, davvero!
E quanto mi piaceva Napoli vista dal mare, da là sotto, da così lontano... bella, silenziosa, colorata, niente più muri imbrattati, niente traffico, niente smog, persino profumata di primavera quando le scogliere di tufo si andavano coprendo di fiorellini rosa e gialli… un grande, unico, meraviglioso ed ineguagliabile spettacolo.
Il mio amore per Napoli è da allora cresciuto a dismisura, ormai è incontenibile ed anche se mi sono da tempo trasferita nelle brumose lande del freddo nord, esalto sempre quell’incompreso e maltrattato angolo di paradiso... difficile trovare una città, un golfo, una costa altrettanto incantevoli per pagaiare.
In kayak mi spingevo solo al porticciolo di Capo Posillipo, quello diventato famoso con la telenovela “Un posto al sole”. Quando il mare era calmo doppiavo il capo e mi godevo dall’acqua il parco curato della villa presidenziale... nelle giornate di sole andavo anche oltre e se avevo tempo riuscivo a raggiungere perfino Marechiaro. Una sera sono tornata tardi, con la luna piena che tingeva d’oro il mare nero e nella notte scura qualcuno pizzicava le corde di un mandolino sulla ve-randa di un ristorante e canticchiava “Quanno spunta la luna a Marechiaro... passa ll'acqua pe' sotto e murmuléa”... una cartolina vivente!
Quando ho imparato a sopportare la fatica di pagaiare per più di mezz’ora, allora sono stata in grado di raggiungere la caletta riparata della Gaiola (una spiaggia di ciottoli raccolta in un abbraccio di scogli di tufo e di lava), quando poi avevo voglia mi spingevo fino alla baia maestosa di Trenta Remi (una lingua di sabbia abbandonata ai piedi di una parete altissima e levigata dal mare), e se proprio mi sentivo in forze andavo anche fino a Nisida... sotto al carcere minorile l’isola vulcanica si apre ad anello sul mare e dal mare avevo scovato un posticino niente male dove fare merenda in perfetta solitudine, godendomi lo spettacolo naturale del golfo chiuso dalle isole lontane (presto ho anche imparato che non erano poi troppo lontane e me le sono godute parecchio, pagaiando lungo le loro coste: Capri, Procida ed Ischia… altre meraviglie).
All’inizio uscivo solo per poche ore, curiosavo sottocosta nella vita che brulicava nei palazzi affacciati sul mare e poi rientravo a Palazzo Donn’Anna, due o tre ore in kayak, e poi altre due o tre in spiaggia, in cerca di ricci, conchiglie, sassi e piccoli tesori che il mare ogni volta mi regalava per premiarmi di essere passata a salutarlo.
Ben presto, però, ho capito che se stivavo nel gavone qualcosa da mangiare, un buon libro da leggere e d’inverno anche un thermos di tè caldo, allora ogni uscita in kayak si trasformava in un’avventura che mi lasciava stampato un sorriso largo e sornione per tutta la settimana successiva.
E così mi sono subito dimenticata della fatidica uscita del 18 febbraio, la mia prima uscita in kayak da sola, sapevo a malapena pagaiare, nient’altro, nessuna manovra, nessuna esperienza, ma il mare quel giorno d’inverno era talmente invitante che non ho saputo resistergli. Scivolavo sull’acqua in silenzio, era tutto calmo, il mare, il cielo, perfino la città, né una nuvola, né un’onda, né un cane che abbaiava… tutto tranquillo, troppo tranquillo.
Mi si era incastrata la deriva, forse un sassolino a riva aveva voluto “salire a bordo” e si era infilato là dentro, però volevo usarla, la deriva, sapevo bene che non serviva a nulla in quella calma piatta, ma volevo usarla lo stesso...
... mollo la cima ma non scende, riprovo ma non si muove, le chiedo se c’è qualcosa che non va ma non mi risponde - mi capita spesso di parlare alle cose, talvolta inutilmente, talaltra meno! - ...sapevo che bastava darle un colpetto con la pagaia per fare uscire il sassolino e farla tornare a funzionare, lo sapevo perché lo avevo già visto fare al mio amico, tante volte, perché ogni volta che ti imbarchi da una spiaggia qualche sassolino finisce per incastrarsi nella deriva... “bene, è semplice” - penso - “solo un colpetto con la pagaia e la deriva torna a posto...”. Mi giro per guardarla e pluf! Finisco in acqua!
Mi ero rovesciata, senza neanche capire come, avevo perso l’equilibrio all’improvviso ed in un attimo ero andata a mollo. Ero sorpresa, non mi capacitavo di essere finita in acqua, non mi pareva possibile... ma come? Il mio fedele kayak, quello che avevo comperato in un batti baleno, quello che mi ero premurata di sistemare in un castello, mi aveva sbalzato! Neanche fosse un cavallo imbizzarrito. Ci ho messo qualche minuto a capacitarmi dell’accaduto, giusto quando il freddo dell’acqua cominciava a penetrarmi nelle ossa, dopo tutto era pur sempre il 18 di febbraio.
“Va bene, adesso risalgo in kayak” - mi dicevo - “sarà mica così difficile...”. Invece era impossibile, o quasi, e più provavo e più scivolavo... alla fine mi sono legata il kayak al polso e sono tornata a riva a nuoto, l’orgoglio ferito e la tuta che mi ingombrava i movimenti, il freddo che rallentava i pensieri e la fatica che non mi faceva raggiungere la battigia… provavo a sollevarmi ma non riuscivo a mettermi in piedi, neanche avessi avuto addosso un macigno… la giacca d’acqua si era riempita completamente, talmente tanto da farmi sembrare una pupazzo di neve colorato, avrò “caricato” quintali d’acqua, certo che mi sentivo pesante!
Quando ho allentato lo strozzascotte del giro-vita della giacca, tutta la fatica è scivolata via insieme all’acqua, più gocciolavo e più sorridevo, ero di nuovo libera e leggera. Dovevo solo sbrigarmi a togliere di dosso tutta quella roba bagnata, fortuna che guanti e calzari mi tenevano al caldo mani e piedi, ed il giubbotto di salvataggio aveva fatto la sua parte durante la lunga nuotata verso riva.
Raffaele rispose al messaggio sul cellulare “sono rotolata in acqua” con un serafico ed impeccabile “ah! ah! ah!”. Lui mi aveva avvisata di non uscire da sola! Ma lui era talmente pigro che mi costringeva ad uscire spesso da sola, anche se da quella volta non ho più cercato di colpire la deriva, se si incastrava... (continua nel libro...)

 
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