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Isole Tremiti - Viaggio 2007
6 - 9 aprile 2007
testo e immagini di Tatiana Cappucci
tratto da Pagaiando n. 4 di luglio 2007

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Bonaccia, mare calmo, foschia leggera... immersi nel colore cinerino di un orizzonte indistinto recuperiamo il piacere condiviso di pagaiare nel silenzio della natura... cullati dalle onde lunghe, avvolti dal caldo primaverile, ipnotizzati dal chiarore delle nubi sfilacciate dobbiamo presto ricorrere al racconto orale per vincere la sonnolenza incipiente!
Miti e leggende sulle Isole Tremiti abbondano, la preparazione del viaggio ci permette di scoprire vecchie storie che colpiscono la fantasia: i sassi di Diomede, Giulia esiliata alle Tremiti, il Beato Tobia da Como.
Se la curiosità è poca sulla nascita delle isole, massi scagliati al largo del Gargano dal mitico eroe greco Diomede, furioso per il tradimento della adorata moglie durante le sue battaglie vittoriose ed i suoi viaggi avventurosi, l’attenzione cresce intorno alla storia di Giulia, matrona romana dalla vita dissoluta esiliata sull’isola, come lo era stata la madre sull’isola di Ventotene, per essere sottoposta alla costante vigilanza di un feroce guardiano, che però col tempo cedette alle sue grazie tanto da accettare il patto scellerato di consumare la loro unione sulle spiagge non già dell’isola ma della terraferma... i due cercarono di fuggire su un’imbarcazione ricavata dal tronco di un pino ma non raggiunsero mai la costa perché un forte vento di grecale sollevò il mare in una violenta burrasca... la leggenda racconta che i due naufraghi scomparvero abbracciati nell’amplesso della morte invece che in quello dell’amore!
Navighiamo in quelle stesse acque un po’ sopraffati dalla stanchezza dovuta alla lunga trasferta in auto, che alcuni di noi hanno affrontato nottetempo per evitare il traffico causato dal ponte pasquale... parlare, raccontare, ridere e “ciacolare” tra noi sembra davvero l’unico modo per evitare di addormentarsi cullati dalle onde...
Maurizio si risveglia finalmente dal torpore quando ascolta la storia del suo conterraneo, il Beato Tobia da Como, che aveva appreso la nobile arte di scolpire statue di santi e madonne dal suo maestro eremita e che come lui avrebbe voluto ritirarsi sulle Isole Tremiti; una volta giunto sul Gargano le sue opere di bene gli conquistarono la venerazione della gente del posto che non volle più lasciarlo andar via; in punto di morte, però, espresse il desiderio di essere sepolto sulle Isole Tremiti, ma essendo i suoi fedeli talmente poveri da non possedere neanche una barca, il Beato Tobia trovò da solo la soluzione: che lo ponessero in una bara di legno e lo adagiassero in mare, ci avrebbe pensato la Divina Provvidenza a farlo navigare nella giusta direzione... venne accontentato ed oggi le sue spoglie riposano nella cripta dell’abbazia di San Nicola, l’imponente mole di pietra bianca che si staglia sul profilo dell’isola quasi a sommergere una delle sue sottili estremità...

Sulle isole si parla in dialetto napoletano, frutto del confino forzato di guappi e camorristi cacciati dai Borbone quando l’abbazia venne adibita a colonia penale, ed il nostro arrivo è salutato in porto da allegri e coloriti “uhè guagliò” che attirano subito la curiosità dei componenti campani della nostra spedizione kayakista in acque pugliesi.
 Sapevamo che l’attracco sulle Isole Tremiti era unico, su San Nicola, e che per raggiungere San Domino, l’isola maggiore, si poteva contare esclusivamente sulle barche dei pescatori locali; oggi, invece, hanno costruito un imponente molo di cemento armato anche su San Domino ed il collegamento giornaliero con la terraferma è garantito da veloci aliscafi che vomitano sull’isola frotte di turisti motorizzati...
Amareggiati dall’avanzata inarrestabile della “civiltà”, cerchiamo un po’ di conforto salendo all’antica cittadella, dove sembra che i pochi abitanti rimasti vivano in una dimensione sospesa nel tempo, vecchi pescatori seduti all’ombra dei pini nella piazzetta della posta, larghe scalinate basse che facilitano la salita, ampi cortili affacciati su un panorama unico e mozzafiato; porticati iscrizioni archi chiostri pozzi e l’antico stemma della fortezza, una diomedea, l’uccello notturno che nelle notti senza luna emette gemiti strazianti paragonabili al pianto disperato di un bambino (e che narra la leggenda sia il lamento dei compagni di Diomede che piangono il loro eroe, tanto che per questo gli uccelli si sarebbero dimostrati amichevoli con i greci e aggressivi con i barbari).
Il sole ci riscalda e ci invita a scoprire le isole dal mare e così la mia intrepida amica Sylva si avventura per la prima volta nella navigazione in kayak, dimostrando una innata predisposizione alla pagaiata ed una incredibile dimestichezza con le manovre... continuo a guardarla da lontano, ammirata dalla eleganza del movimento e dalla naturalezza con cui lascia filare il kayak sull’acqua... che soddisfazione!
Costeggiamo l’isola di San Nicola lungo il suo lato meridionale, abbagliati dalla Muratta, il costone bianco strapiombante che si snoda fino al vecchio cimitero, separato dalla cittadina da una profonda spaccatura nella roccia, detta appunto la Tagliata, probabilmente frutto di assestamenti tellurici ma che la leggenda narra sia stata realizzata dal lavoro certosino dei monaci addetti alla fortificazione dell’abbazia, che scavarono la montagna nel disperato tentativo di rendere invulnerabile la piccola comunità locale dai ricorrenti attacchi dei corsari.
Passato lo Scoglio Pirruozzolo scegliamo di concederci una lunga sosta per il pranzo sulla disabitata isola di Capraia, a Cala dei Vermi, dove scopriamo subito che da queste parti ogni cala, anche la più piccola ed inaccessibile, ospita una boa colorata di dimensioni variabili ma sempre notevoli, strappata dalla furia del mare al suo ormeggio e incastonata tra legni ricurvi e abbondante polistirolo (mai visto così tanto!).
Guido deve fare il bagno per recuperare la lenza impigliata in uno scoglio, l’acqua è ancora fredda che sembra di immergersi in cubetti di ghiaccio, fortuna che il sole è ancora alto in cielo e che non si muove un alito di vento... la compagnia è allegra, omogenea e rilassata!
Siamo finalmente in vacanza, consapevoli tutti di esserci conquistati un lungo momento di meritato riposo, lontani dal logorio della vita moderna, come recitava un famoso adagio pubblicitario, ammaliati dalla bellezza selvaggia delle Isole Tremiti!
Una numerosissima colonia di gabbiani reali ha nidificato proprio lungo li sentiero che dalla spiaggia conduce al vecchio faro abbandonato… volano in picchiata sulle nostre teste quando cerchiamo di perlustrare i dintorni e con un magistrale rilascio di escrementi ci ingiungono vocianti di abbandonare la “loro” isola!

Riprendiamo presto il mare, felici di tuffarci ancora nel blu limpido di questo angolo di paradiso, ancora increduli di trovarci nel Mar Adriatico, conosciuto per i suoi bassi fondali di sabbia che solitamente donano un colore lattiginoso all’acqua, che qui, invece, è cristallina e colorata neanche fossimo ai Caraibi!
Lo spettacolo è reso indimenticabile dal più imponente e scenografico degli archi naturali che ricamano le coste delle isole, l’Architiello che si staglia subito oltre Punta Secca, una spettacolare arcata rocciosa di oltre 6 metri che vista dal mare lascia letteralmente a bocca aperta.
Costeggiando Cala dei Turchi, l’ampia insenatura che un tempo ospitò le imbarcazioni turche durante l’assedio di San Nicola, scorgiamo un bel leprotto dal folto codino bianco che zampetta veloce tra bassi arbusti di lentisco e tondeggianti cespugli di euforbia ma subito il profumo intenso della fioritura è soffocato dall’odore pungente del guano dei gabbiani, padroni indisturbati di quest’isola completamente disabitata.
Raggiungiamo Punta dello Straccione, così chiamata per vie delle punte aguzze degli scogli sommersi che spesso provocano lo “straccio” (strappo) delle reti da pesca, e completato il giro dell’isola, che per quanto carica di bellezze naturali non impegna oltre due ore per completare il periplo dei suoi scarsi cinque chilometri di sviluppo costiero, puntiamo su San Domino alla ricerca del nostro ricovero notturno.
Lo sbarco non manca di riservarci delle sorprese, nel fondo di un piccolo fiordo che si insinua ad uncino nell’unica cala riparata dell’intero arcipelago, dove però risulta alquanto impegnativo tirare in secca i kayak senza scivolare sugli scogli infestati di attinie dai tentacoli violacei, appiccicosi ed urticanti… sembra poi che tutte le meduse nane dell’Adriatico si siano date appuntamento a Cala Tamariello per un ultimo saluto prima di morire nel retino della bambina che sadicamente si ostina a gettarle sugli scogli... però è la figlia delle proprietarie del campeggio davanti al quale abbiamo intenzione di montare il campo e quindi non spendiamo una sola parola a tutela della natura indifesa di quelle piccole calotte trasparenti, rosate e filamentose...

L’isola di San Domino è davvero spettacolare, due sole spiagge di sabbia, Cala Matano vivacizzata da un chiostro di rami intrecciati e Cala delle Arene vicino al porto, l’unica sulla quale si affacciano le costruzioni di due o tre ristoranti, per il resto è completamente ricoperta di vegetazione tanto ricca da nascondere alla vista le case di villeggiatura che nascono ancora come funghi, ormai lontano il tempo in cui il solo villaggio turistico del Touring Club accoglieva nei suoi bungalow a guscio ospiti illustri come Lucio Dalla che all’ombra dei Pini d’Aleppo trovava la giusta ispirazione per canzoni come 4.3.1943 e tanti altri versi magistrali sul mare, che... come il pensiero non lo puoi recintare ma lo puoi mortificare!
L’isola è ricca di rocce calcaree, argillose e silicee ed in un tratto costiero di poco meno di 10 chilometri (9.700 metri, per l’esattezza!) si concentrano coste rocciose alte e frastagliate, falesie a strapiombo sul mare, grotte profonde ed archi naturali, promontori che nascondono calette riparate, scogli che protendono in mare la lunga proboscide di un elefante, insenature che ospitano boe galleggianti, pini marittimi inclinati nella direzione del vento dominante, acque cristalline e pescosissime...
E la sera ci accoccoliamo attorno al fuoco delle tre cucine accese, assaporando prima nell’aria il profumo invitante dei piatti cucinati con sapienza dai maestri cuochi, gustando poi le variazioni con capperi e pomodorini sul tema unico della carnosa palamita pescata la mattina dal mitico Guido... un solo pesce è stato capace sia di soddisfare le esigenze della numerosa truppa affamata e scalpitante, che per l’intero pomeriggio di navigazione non ha fatto altro che pensare cercare e proporre ricette di cottura, e sia di entusiasmare a tal punto Maurizio che al ritorno dal viaggio si è procurato “bancali di rapala” adatti alla pesca d’altura...
In effetti, è stata una cena davvero indimenticabile, e dopo aver assaggiato il pesce appena pescato e cucinato all’acqua pazza, con ricette semplici e condimenti naturali, ho capito che non avrei mai più ordinato il pesce al ristorante...

La giornata della domenica la dedichiamo interamente a scoprire le bellezze dell’isola maggiore, seguendo il percorso in senso antiorario verso Cala Tramontana e Punte del Vuccolo, termine napoletano per indicare il “boccolo” della punta estrema della scogliera, poi ancora verso Cala degli Inglesi e Cala dei Benedettini, separate da Punta del Vapore dove la leggenda vuole che siano naufragata una nave a vapore inglese, e poi finalmente alla scoperta delle grotte naturali che hanno contribuito alla fortunata nomea dell’isola: la Grotta delle Rondinelle, dove in primavera nidificano le rondini, la Grotta delle Viole sul versante orientale, dove dicono fioriscano le viole selvatiche che forse noi non abbiamo visto abbagliati dalla straordinaria bellezza dell’arco naturale che immette in un anfiteatro a cielo aperto, la Grotta del Sale dove forse ancora fanno contrabbando di sale nascondendo i sacchi dietro la palizzata che ne ostruisce l’ingresso, e la più famosa Grotta del Bue Marino, dove un tempo viveva la foca monaca e dove noi abbiamo rischiato un’intossicazione acuta per essere stati bruscamente preceduti da un motoscafo carico di turisti che a motore acceso ha percorso buona parte dei 74 metri di profondità della grotta (che pure si trova nella zona B della riserva marina, dove teoricamente sarebbe vietata la navigazione a motore, salvo che per le visite guidate che contribuiscono ad annerire in maniera indelebile le pareti delle grotte!!!).
Una delle zone più suggestive dell’isola è indubbiamente quella che corre lungo la cosiddetta Ripa del Falconi, dove un tempo nidificavano i falconi divenuti talmente famosi per la loro aggressività da essere richiesti persino dai celebri falconieri di Francia per le loro cacce con il falco; qui le pareti rocciose cadono a strapiombo sull’acqua scura e incutono una cera soggezione tanto da indurci a pagaiare un po’ più lontani dalla costa!
Però il tratto più incredibile è quello compreso tra il piccolo approdo e Punta Diamante, all’estremità dell’isola che si affaccia sul Cretaccio, altro luogo magico dell’arcipelago che abbiamo riservato per la mattina del lunedì...

Su questo braccio di mare si sono incastonati come per magia i Pagliai, un discreto numero di faraglioni di diverse altezze, grandi covoni di roccia bianca che richiamano le forme dei pagliai contadini, ricchi di passaggi segreti e nascosti, pieni di fori di varie forme e dimensioni, scavati da archi naturali che consentono il passaggio soltanto a piccole imbarcazioni a remi... un vero parco giochi per il kayak da mare!
Siamo andati avanti e indietro, siamo passati dentro e fuori, abbiamo scattato foto da un lato e dall’altro, abbiamo cercato di imprimere nella memoria la fotografia esatta di un piccolo angolo di paradiso che sembra proprio una cartolina vivente... e non saremmo voluti andare via da lì, anche perché la sosta per il pranzo sulla spiaggia di sabbia bianca e fine di Cala del Diamante ci permette di godere dello straordinario paesaggio che si apre davanti ai nostri occhi in una successione di piani prospettici davvero impressionanti: i Pagliai subito sotto costa, l’isolotto del Crepaccio poco oltre, il profilo imponente della rocca di San Nicola sulla destra e la sagoma bassa di Caparra a chiudere l’orizzonte...
Uno spettacolo indimenticabile, con una nota doverosa sul più piccolo e apparentemente insignificante isolotto dell’arcipelago, il Crepaccio, dove la natura si è sbizzarrita a disegnare strisce di roccia colorata che lasciano davvero senza fiato, una tavolozza di colori dal giallo ocra al rosso ferroso, dal nero della pietra lavica al bianco della roccia calcarea, dal verde smeraldo dei fondali al blu intenso del cielo limpido… l’isolotto del Crepaccio acquista un valore particolare in ragione del fatto che si sta letteralmente sciogliendo al sole, la sua natura argillosa non resiste all’assalto dei marosi e ogni anno modifica le sue dimensioni già ridotte a poco più di 30-40 metri di terra nella strozzatura più piccola… sembra quasi che il piccolo scoglio della Vecchia sistemato lì affianco, e sul quale i tremitesi vogliono scorgere il profilo di una vecchina che fila la rocca del tempo, stia aspettando proprio che il tempo lo riduca ad un pugno di scogli... ma nel frattempo è stato capace di trasmetterci emozioni forti e di farci apprezzare l’escursione alle isole Tremiti quasi più delle altre tre isole messe insieme, ognuna con la sua particolarità e ognuna con la sua nota di colore dominante...
Torniamo a casa con la sensazione netta di avere affrontato un viaggio vero, uno di quelli capaci di farti scoprire cose notevoli, della natura e delle persone, un viaggio che ci ha appassionati non solo per la destinazione ma anche per il tragitto... un viaggio alla scoperta delle cose vere della vita, quelle più semplici, il tramonto, le stelle, gli amici...
E al collega di studio che al nostro rientro confessava di non potere andare in vacanza senza motore, aria condizionata e televisore, ho potuto rispondere che il nostro motore è la pagaia, la nostra aria condizionata è il vento, il nostro televisore è la natura, e lo spettacolo è di gran lunga migliore!
 

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