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Sardegna Overline: da Alghero a Cagliari
22 dicembre 2006 - 5 gennaio 2007
testo di Tatiana Cappucci - immagini di Tatiana Cappucci e Francesco Petralia
tratto da Pagaiando n. 4 - luglio 2007

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Acquavite, filuferro, mirto, malvasia, cannonau… occorre una discreta scorta di questi tipici prodotti sardi per mettersi in viaggio durante l’inverno e per vincere il freddo e l’umidità!
Siamo partiti dalle spiagge di sabbia bianca di Alghero, seguendo con trepidazione i quattro tentativi di partenza del nostro amato amico sardo che stentava a ricavare un posticino per i piedi tra le bottiglie di vini e liquori stivate con cura nel pozzetto del suo kayak...
Costantino è stata una preziosa guida turistica nel nostro secondo viaggio in Sardegna, generoso dispensatore di gocce di saggezza ed impareggiabile conoscitore della sua amata terra, capace di confezionare racconti sull’isola a tal punto intriganti da renderla ancor più affascinante e misteriosa, sempre pronto ad animare il nostro passaggio lungo la costa occidentale con preziose indicazioni sulle tradizioni gastronomiche locali.

La prima tappa irrinunciabile e programmata è stata proprio al paesino di Bosa, arroccato sulle sponde del fiume Temo che disegna ampie volute prima di tuffarsi in mare nei pressi di scogliere dalla bellezza conturbante: stratificazioni di pietra lavica, di calcare merlettato e di rocce rosso fuoco, puntinate di tondeggianti piantine di euforbia, una incredibile tavolozza di colori che la natura ha saputo mescolare sulle scogliere a strapiombo sul mare intorno alla torre Argentina, privilegiato punto di osservazione di un tratto di costa davvero impressionante.
Siamo sbarcati proprio ai piedi delle tipiche Sas Conzas, vecchie concerie tardivamente dichiarate monumento nazionale che ricordano i docks londinesi, solo un tantino malmessi, i mattoni rossi delle facciate tutte uguali, due finestre ed un grande portone che sorridono al paese; non è difficile trovare il bar del ponte vecchio dove servono ricolmi bicchierini di profumata malvasia agli avventori di passaggio, che raramente devono presentarsi al banco in calzari e muta di neoprene, giacca d’acqua e cappello di lana ben calcato sulle orecchie...
Ripetiamo l’esperienza delle due notti passate e montiamo il campo in un vero angolo di paradiso, l’ansa protetta del fiumiciattolo di Punta Foghe, una colata lavica incuneata nel letto del fiume e nuovamente scavata dalle acque, dove un’ampia grotta mangiucchiata dal vento è stata magistralmente trasformata da qualche volenteroso pescatore estivo in un accogliente tri-locale vista mare, con tanto di tavolone 6 posti con panche e sedie, scaletta in legno con corrimano, angolo cottura con ripiani per cartoni e giornali, terrapieni per montare le tende e lampadari per creare l’atmosfera… una serata a casa dei Flintstones!
Costantino si cimenta in un rapido tuffo nelle acque ghiacciate del fiume, facendoci sobbalzare per il timore che fosse involontariamente scivolato sui ciottoli levigati e melmosi del fondo, richiamando la nostra attenzione con un gridolino di piacere (?) prima di uscire soddisfatto e... lavato!
E’ stata una doccia unica, in effetti, proprio nel senso che si è trattato dell’unica doccia di acqua dolce che ci siamo potuti permettere durante i tredici giorni di campeggio itinerante... per non parlare delle mute, che mute non erano più alla fine del viaggio avevano ormai una enormità di cose da raccontare...

Le emozioni provate valevano di gran lunga la fatica: ogni sera un cielo stellato come pochi, le nuove costellazioni “invernali” da scoprire tra Cassiopea girata all’ingiù ed Orione sdraiato sull’orizzonte, il sorgere della luna a rincorrere il tramonto del sole, le tonalità sanguigne della sera che macchiano di rosso il mare e le oscurità lunari che lentamente illuminano le pareti rocciose, il fluire silenzioso del kayak che si insinua nelle baie più nascoste per sottrarsi al maestrale, le grandi spiagge deserte restituite al loro splendore tanto è lontano il ricordo degli ombrelloni estivi, la solitudine confortante dei naviganti quando intorno non si scorge anima viva, le lunghe pagaiate sull’acqua che raccolgono energia fluida e rilasciano sorrisi rilassati, i colori cerulei dell’inverno che tingono il cielo nuvoloso ma non trasmettono tristezza, il fuoco a scaldare le cene animate e conviviali, i ritmi imposti dallo scorrere del giorno e della notte, i piccoli piaceri della vita quotidiana che magicamente si amplificano, il veglione di Capodanno festeggiato alle 19,30 e poi in tenda ad allontanare la sveglia della mattina dopo, sempre puntuale alle 4,30...
Proseguiamo il viaggio verso sud al ritmo di circa 30 km al giorno, anche se talvolta non riusciamo a rispettare la tabella di marcia perché ci godiamo il sole della pausa pranzo, oppure perché perdiamo tempo a cercare un negozio di alimentari (non aprono mai prima delle 17,30 quando per noi è ormai tempo di sbarcare perché è buio pesto!), o ancora perché qualcuno rallenta la marcia rivendicando una sosta tecnica prima di una contestata traversata (ma non dovevamo viaggiare “sottocosta”?) o semplicemente perché il gruppo scopre con raccapriccio di non essere costituito soltanto da “uomini veri”... la fanciulla ben presto si ammala e si spaventa, rallenta inesorabilmente l’avanzata degli intrepidi compagni e quando il forte vento gonfia il mare alle sue spalle riesce solamente a timonare e a piangere, nonostante i consigli ed i suggerimenti e le attenzioni e le spiegazioni dei suoi angeli custodi (“Non ti preoccupare, è solo acqua che sale e acqua che scende!”).
E mentre lei cerca invano di mandar via la sua paura, uno scatta fotografie e gira persino dei filmati, l’altro plana sulle onde come fosse su una tavola da surf ed il terzo non la smette di urlarle dietro “pagaia, forza, pagaiaaaaa”!

Dopo Capo Marargiu è la volta di Capo Mannu e ancora si intravede alle nostre spalle il profilo inconfondibile di Capo Caccia... dopo la mitica spiaggia di “Su Pallosu” (che ci accompagnerà nel ricordo del nome bizzarro per l’intero viaggio), e dopo le scogliere di incredibili blocchi di pietra lavica (come fossero enormi tocchi di quello zucchero nero che i bambini trovano nella calza della Befana quando sono stati cattivi), si susseguono ampie radure pianeggianti disseminate di campi coltivati e separate dal mare da sottili lingue di spiaggia formata da piccolissimi sassolini bianchi sulle quali si alza magicamente in volo una famigliola di fenicotteri rosa… uno spettacolo indimenticabile, che solo il povero Mauro non riesce a cogliere, indispettito da una insidiosa barriera di scogli affioranti che lo costringono a “tagliare” al largo... magari avrebbe urlato anche contro i fenicotteri, come è solito fare contro i gabbiani ed i cormorani ogni volta che volano troppo bassi ed incrociano la sua rotta, fedele alle sua teoria evoluzionistica secondo la quale prima dell’avvento degli uccelli tutte le rocce della terra erano NERE!
Oltre un relitto arrugginito che spunta dalle acque si intravede Capo S.Marco, che nasconde le rovine della mitica Tharros e che accoglie uno dei campi notturni più umidi dell’intera escursione… neanche il mirto ci permette di trascorrere più di 7 minuti a chiacchierare dopo cena, costretti dai primi dolori ossei a rifugiarci in tenda, nei sacchi a pelo e nelle calze di lana opportunamente stivate insieme al bagaglio!
Siamo ormai all’altezza del Golfo di Oristano e senza la benché minima esitazione tagliamo direttamente su Capo Frasca, dove a discapito del nome non cresce neanche un arbustello e dove ci concediamo una breve sosta sopportando la gelida brezza che si è alzata da terra e che costringe il gruppo a ripararsi dietro un... ordigno bellico!
Il tratto di costa forse più bello è quello intorno a Capo Pecora, poco più a sud delle dune altissime di Piscinas, che d’inverno acquistano un fascino particolare perché sono assolutamente deserte, silenziose e magiche; per non parlare della bellezza intrinseca di Cala Domestica, nascosta dietro pareti rocciose rossastre e bucherellate dalle miniere di un tempo passato; miniere che hanno segnato anche la costa sud-occidentale, tanto che proprio di fronte all’isola Pan di Zucchero si apre l’impressionante portone di ingresso di Porto Flavia, avveniristico molo del periodo fascista sospeso ad una decina di metri sul livello del mare e ricavato direttamente nella parete verticale per facilitare il carico sulle navi dei minerali estratti dalla montagna...

Siamo tornati dal viaggio perdutamente innamorati della Sardegna, ammaliati dalla bellezza delle sue terre selvagge ed intrigati dal carattere misterioso della sua gente, scivolata sui sequestri di persona ma cullata dalle misteriose civiltà nuragiche e megalitiche!
Andremo tutti a vivere laggiù, un giorno, ne sono certa!
Passiamo velocemente lungo le coste delle isole di S.Pietro e di S.Antioco, senza sbarcare nei paesini affacciati sul porto e che dicono essere molto caratteristici; il tempo stringe, attraversiamo il grande stagno pieno di aironi cinerini dove l’acqua è calma come l’olio (e anche un po’ dello stesso colore), pagaiamo nel paesaggio invernale in perfetta sintonia con il silenzio e la solitudine che ci circondano, un po’ stregati dalla superficie del mare talmente piatta da riflettere la nostra immagine in maniera perfetta ed ipnotica; ci accampiamo a fine giornata sotto i pini bassi della spiaggia di Porto Pino, a due passi dalla zona militare di Capo Teulada che mantiene intatta, forse perché inavvicinabile, tutta la sua bellezza selvaggia; riusciamo a passare il Capo nonostante le previsioni dell’arrivo del maestrale con venti a 30 nodi (di poppa) vengano puntualmente confermate, ma proprio quando pensiamo di essere riparati le raffiche raggiungono i 45 nodi (di prua, stavolta) e non ci permettono di avanzare.
La giornata successiva è quindi dedicata a recuperare il terreno perduto a causa della tappa forzata, ma scopriamo con sorpresa che percorrere 40 km in allegra compagnia non è un’impresa impossibile neanche in inverno, quando le ore a disposizione sono ridotte e l’umidità che ti entra nelle ossa rallenta ogni movimento… superiamo d’un fiato Capo Malfatano e Capo Spartivento, e dopo un po’ ci accampiamo soddisfatti per l’ultima notte a Torre Pula, in una baia incantevole chiusa dal profilo rassicurante del faro e che la mattina dopo viene avvolta in una fitta nebbia tipo “val padana” per il fuoco acceso nel giardino signorile dei nostri “vicini”. Riprendiamo a pagaiare sottocosta fino al capo che Francesco sostiene essere stato così battezzato in mio onore, Punta Zavorra, dopodiché ci avventuriamo alla volta di Cagliari nella recondita speranza di non tagliare la strada a traghetti di linea, navi mercantili e porta-container, disdegnando la visita alla costa che in quel tratto è invasa da stabilimenti petrolchimici, raffinerie e porti commerciali...

Durante il viaggio il tempo è stato clemente e ha premiato la nostra audacia, la temperatura notturna non è mai scesa sotto i 4-5 gradi e quella diurna ha raggiunto picchi anche di 18-20 gradi, il sole splendeva tutte le mattine ed il riverbero sull’acqua ci ha fatto subito abbronzare neanche fossimo stati sulla neve; in un paio di occasioni abbiamo anche pagaiato in maglietta e siamo persino riusciti a fare asciugare al sole tutta l’attrezzatura che durante la notte si era inzuppata di umidità (quella sì fin troppo presente!); inoltre, quelle due gocce di pioggia non hanno disturbato né il sonno né le operazioni di dismissione del campo e una volta abbiamo anche bivaccato senza montare le tende, temendo più per la frana incombente sulle nostre teste che non per il rischio di congelamento... solo l’ultima notte la temperatura è scesa sotto lo zero e la mattina dopo abbiamo trovato la brina ghiacciata intorno alle tende, ma eravamo ormai in dirittura d’arrivo!
Quando finalmente siamo sbarcati al Poetto, la spiaggia attrezzata di Cagliari (c’è persino un locale PUBBLICO con bagni e spogliatoi vicino al porticciolo turistico!), abbiamo trovato ad attenderci un nutrito gruppo di amici di kayak che ci ha riservato un’accoglienza calorosa e festante, tanto che le loro attenzioni premurose hanno reso il nostro rientro nella “normalità” caotica e rumorosa tutt’altro che traumatico, anzi morbido ed indimenticabile!
Sono stati davvero impagabili, come impagabile è stato il viaggio che ci ha regalato il capo-spedizione, Francesco, anche se per tutto il tempo l’ho insultato accusandolo di essere un seviziatore sadico che mi vietava di mangiare, dormire e sbarcare perché era più importante pagaiare... spero proprio che ci porti ancora con sé nei suoi viaggi intorno al Mediterraneo!!!
 

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