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Ibiza & Formentera Kayak Tour 2010-2011
24 dicembre 2010 - 9 gennaio 2011
testo di Tatiana Cappucci, immagini di Tatiana Cappucci, Franco Bruno e Mauro Ferro
tratto da Pagaiando n. 1 - aprile 2011

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Tre settimane prima del viaggio, Franco si unisce a noi: “Chiudere l’anno pagaiando è il modo migliore per dimenticare i cinque mesi di infortunio”, ci spiega emozionato al telefono. Ha da poco terminato la terapia riabilitativa per una brutta frattura del bacino riportata durante un’escursione di sci alpinismo: siamo un po’ preoccupati per le sue condizioni fisiche, ma il suo entusiasmo è tale che in pochi giorni concordiamo la partenza. Dal canto suo, teme di incrinare il delicato equilibrio di coppia, ma tra tutti impieghiamo pochissime ore per capire che il numero perfetto per un viaggio in kayak è proprio il TRE.

La lunga trasferta in auto da Legnano a Ventimiglia fino a Barcellona ci aiuta a cementare l’unione, complici le fitte chiacchierate per ammazzare il tempo che scorre monotono tra le moderne barriere dell’Europa Unita: i caselli autostradali! Fragorose risate stemperano la tensione che sale mentre transitiamo nel Golfo del Leon: le raffiche di vento sono talmente violente che dobbiamo assicurare i tre kayak sull’auto con un’altra cima, la settima, che facciamo passare fin dentro all’abitacolo; i continui ululati provocati dalle sue vibrazioni ci tengono compagnia fino a sera, quando ci fermiamo in terra spagnola per schiacciare un sonnellino. “Mira, està loco!” sentiamo dire a due sorpresi automobilisti quando i fari illuminano nella notte una sagoma scura: Franco non dorme con noi nella Mauro-mobile, preferisce il tavolo di legno sotto i pini dell’area pic-nic, protetto dal suo sacco a pelo da alta montagna. Impaziente di vivere all’aria aperta ed incapace di sopportare oltre il dolce russare di Mauro!

L’affiatamento tra noi diventa totale quando arriviamo nella capitale catalana e ci scontriamo con la prima brutta sorpresa del viaggio: al parcheggio del porto, proprio mentre stiamo stivando tutto l’occorrente nei kayak, un ladro tanto esperto quanto invisibile ruba dall’auto il borsello di Mauro. Cominciamo così una corsa contro il tempo, che ci costringe a fare troppe cose in troppo poco tempo: nelle tre ore prima della partenza del traghetto, dobbiamo finire di caricare i kayak, montarli sui carrellini, cambiarci, correre alla più vicina stazione di polizia, scrivere la denuncia, bloccare la carta di credito, il bancomat, il telefono e perfino la chiave dell’auto (!), recuperare la prenotazione per l’imbarco e finalmente presentarci in banchina… no, prima di salire ci chiedono di pagare pure il biglietto per i kayak! Nella fretta convulsa degli ultimi minuti, Franco rompe il suo carrellino e le operazioni di carico diventano ancor più lente e faticose: sistemiamo i kayak nella stiva del traghetto mentre suonano le sirene che annunciano la chiusura dei portelli e poco dopo stramazziamo esausti sul soffice tappeto grigiastro del ponte numero 6.

Mauro parte così senza documenti (ha solo la fotocopia plastificata della carta di identità che conserva sempre nel giubbotto salvagente) e senza più soldi, videocamera, fotocamera, cellulare, occhiali da vista ed altre innumerevoli preziosissime cosette (come la scatolina tascabile “porta-cicche” che usa per non gettare in terra i mozziconi di sigaretta); quando arriviamo al porto di Ibiza sta sorgendo una fredda mattina d’inverno, sono ormai trascorse le festività natalizie e tutta l’isola è ripiombata nel ritmo lento della bassa stagione: uno spesso strato di brina ricopre le auto in sosta nei pressi del porto turistico e per qualche ora pensiamo di avere scelto il periodo sbagliato per fare campeggio nautico… ma mentre scivoliamo silenziosamente in acqua, un sole timido e tenace si affaccia sul mare increspato. Recuperiamo d’incanto sorriso e buon umore, siamo finalmente in kayak, liberi e lontani dai ladri di città!

Le praterie di posidonia che circondano tutte le Isole delle Baleari rendono l’acqua così cristallina che attraverso le sue trasparenze si distingue nitidamente il fondale anche più profondo, segnato dalle rughe irregolari della sabbia finissima e bianchissima che conferisce al mare quei suoi incredibili colori caraibici. Le guide turistiche parlano di Ibiza come della più bella delle Isole Baleari e noi, che lo scorso inverno siamo stati sedotti dall’isola di Minorca, vero gioiello naturalistico e riserva incontaminata dell’arcipelago, ci aspettiamo di trovare spiagge accoglienti, coste frastagliate e scogliere rocciose disseminate di isolette, scogli e faraglioni… non impieghiamo molto a scoprire, invece, che Ibiza è stata cementificata ovunque lungo la costa, in una maniera tanto massiccia ed aggressiva che per definire il dilagante fenomeno dell’abusivismo edilizio viene coniato in Spagna un sinistro neologismo: “balearizaciòn”. Franco ironizza sul panorama per risollevarsi un po’ il morale: “Guarda che bello quel fiordo incastonato tra i condomini color pastello”!

Per un paio di giorni pensiamo di avere sbagliato pure isola, oltre che periodo dell’anno: costruzioni mastodontiche ovunque, promontori ricoperti di villette a schiera, villaggi fantasma completamente abbandonati in inverno. Perfino la bianca chiesa fortificata di Santa Eularia scompare tra brutti palazzi di cemento: l’avevamo segnata sulla carta come primo punto cospicuo per la nostra navigazione lungo la costa meridionale di Ibiza, ma fatichiamo ad individuarla; da molti considerata la più bella e meglio conservata nel suo genere, sembra doversi difendere ora non più dall’assalto dei pirati quanto piuttosto da quello dei palazzinari! Un cormorano sbuca all’improvviso tra le onde con un pesce nel becco e ci richiama alla natura: l’emozione è forte e da quel momento andrò ripetendo con un certa insistenza e tra i commenti ironici dei miei compagni di viaggio che, semmai esiste la reincarnazione, io voglio rinascere cormorano, l’unico uccello capace di nuotare come un pesce, sinuoso ed elegante sia in cielo che in mare! E di rendere bianche anche gli scogli più neri!

La delusione sarà tanto cocente quanto breve: Ibiza ha in serbo per noi una lunga schiera di calette isolate e baie tranquille dove pagaiare in assoluta rilassatezza. La costa settentrionale tra Cala d’en Serra e Cala Salada è quasi del tutto inaccessibile da terra, salvo un paio di piccole insenature dove arriva a mala pena una strada sterrata. Finalmente l’isola riscatta se stessa ed per tre giorni il kayak scivola veloce e silenzioso sotto alte pareti rocciose sormontate da rigogliosi pini d’Aleppo: davanti a questo paesaggio inviolato non è difficile capire perché gli antiche greci avessero scelto di chiamarla Isola Pitiusa, l’isola dei pini. Ovunque sulla costa si incontrano schiere di casupole in pietra, le tipiche baracche per la rimessa delle barche da pesca: due pareti abbarbicate alla roccia come tanti presepi marini, un tetto malmesso di tegole o lamiera, un paio di rotaie di nodoso legno di sabina ed un argano per tirare in secca i bei gozzi colorati a tinte vivaci. Ne troviamo una trentina elegantemente disposte ad anfiteatro su Cala del Portitxol, bellissima insenatura rocciosa che dista dal paese più vicino una buona ora di cammino nella boscaglia… mi chiedo come facciano i pescatori a raggiungere le loro barche, specie quelli più canuti e piegati dal peso degli anni: il richiamo del mare, posso capirlo, fa superare ogni ostacolo.

Il tempo è ottimo: mare calmo che lascia aperto l’orizzonte fino ad intravedere la lontana Maiorca, sole pieno che fa salire la temperatura diurna fino ai 20°C, leggera brezza che rende le notti miti e poco umide (la minima non è mai scesa sotto gli 8°C e solo in un paio di occasioni la tenda si è inzuppata di umidità neanche avesse piovuto tutta notte!). Capiamo che non tutto è perduto e accettiamo di buon grado le nuove sorprese del viaggio: pochi pescatori al largo, una faro altissimo sulla punta settentrionale, colori incredibili sulle pareti rocciose, fiordi profondi e… per chiudere uno tratti di costa tra i più belli del Mediterraneo, lo spettacolo suggestivo ed inquietante dell’isola di Es Vedrà che staglia il suo profilo roccioso e puntuto sul mare d’intorno, visibile perfino da Formentera, tanto che rimarrà per giorni ancora a tenerci compagnia. Alcuni credono che sia l’isola su cui sorgeva la sommersa città di Atlantide, altri che sia lo scoglio su cui si è schiantata la nave di Ulisse al canto delle sirene (ma non si era salvato con dei tappi di cera?), altri ancora che sia il polo opposto del triangolo delle Bermude perché sono state registrate sia bizzarre anomalie magnetiche che luccicanti avvistamenti extraterrestri… a lungo frequentata dalla numerosa e colorata comunità hippy di Ibiza, artefice forse delle più stravaganti leggende sull’isola, oggi Es Vedrà è una riserva naturale protetta ed ospita unicamente capre selvatiche, lucertole dal ventre azzurro ed alcune coppie di falchi regina, che allevano qui i piccoli prima di migrare in Madagascar! Queste ed altre storie ci tengono compagnia nell’unica serata piovigginosa del viaggio, mentre rosola sul fuoco il soffritto delle lenticchie: Franco ha preparato un cenone di Capodanno da leccarsi i baffi! Verso le 21 stappiamo la bottiglia di spumante e tagliamo finalmente il panettone che è rimasto stivato nel gavone di prua per ben 5 giorni… noi tre, accampati di fronte ad Es Vedrà, festeggiamo il nuovo anno più o meno col fuso orario di Bagdad!

Formentera è un piccolo paradiso in terra: la raggiungiamo in un altro paio di giorni e la circumnavighiamo in appena quattro, ammirando estasiati sia le sue idilliache spiagge di sabbia bianca e fine che le sue alte scogliere rocciose in prossimità dei due fari affacciati sulla fine del mondo, quello di Capo della Mola che ha ispirato Julius Verne e quello di Capo Barbaria che avvistiamo dal basso in un giorno di mare mosso. Ancora scivoli per le barche, qui però tutti abbandonati, ancora coste frastagliate e mare cristallino, ancora sole caldo e vento amico: però su Formentera si respira un’aria diversa, come se davvero si vivesse staccati dal mondo. L’unico contatto con la vicina Ibiza è il traghetto di linea e da quando hanno scongiurato l’ipotesi di costruire un aeroporto sulle vecchie saline orami dismesse la più piccola delle Isole Pitiuse, si crogiola meritatamente la sua fama da cartolina in un felice ed ovattato isolamento… Noi ce lo godiamo tutto in perfetta solitudine!

Le spiagge tanto affollate in estate sono ora completamente deserte, i locali frequentati in alta stagione offrono in bassa stagione un riparo sicuro ai nostri kayak, l’orizzonte solitamente ingolfato di motoscafi e velieri nei mesi più caldi è in quelli più freddi libero ed aperto sul mare turchese: quando sbarchiamo sulla lunga spiaggia di Mitjorn (Mezzogiorno), dopo una bella cavalcata di quattro ore su ondicelle frangenti di poppa, ci godiamo le ore più calde del viaggio ammirando il panorama e, mentre stendiamo tutto ad asciugare al sole, Franco snocciola una delle sue battute migliori: “Mauro, accendi la TV che alle 18 danno il tramonto sul mare”!

Incredibilmente, il vento ci ha seguito per tutto il viaggio. Di solito, ci capita di pagaiare contro vento, e di maledire la scelta della direzione; stavolta, invece, il vento ci segue per tutto il tempo mentre noi gironzoliamo intorno alle due isole, sia quando pagaiamo in senso antiorario lungo Ibiza che quando navighimo in senso orario lungo Formentera. Non ci è mai capitato nulla del genere: è il primo viaggio in kayak in cui abbiamo sempre (SEMPRE!) vento a favore, a volte una leggera brezza che increspa appena il mare, altre una brezza decisa che sospinge poderosa i nostri kayak tra le onde spumeggianti… un vento amico, appunto, quasi che la Natura stia cercando di fare il possibile per ricompensarci del furto subito all’inizio del viaggio. Ci ripaga anche Espalmador, la piccola isola che sorge nel bel mezzo dello stretto che separa Ibiza da Formentera: c’è una “finca” bianca, una chiesuola ed un imbarcadero, anche loro tutti bianchi, qualche palma e uno stagno perfettamente circolare nel cuore dell’isola che ospita gli uccelli di passo nelle loro migrazioni transcontinentali. Ci appostiamo lungo il sentiero per osservare un piccolo stormo di oche canadesi e proprio mentre Franco sta per scattare la più bella foto ricordo del nostro soggiorno isolano a me scappa uno starnuto: “Ma come, hai dormito per due settimane in tenda e ti viene da starnutire proprio ora che il viaggio è finito?” E le oche prendono il volo.

L’ultimo giorno ci concediamo un pranzo all’osteria del porto: sono appena due giorni che è entrata in vigore la nuova legge sul divieto di fumo nei locali pubblici e gli spagnoli mal sopportano di non potersi più accendere la sigaretta al bancone del bar… si consolano bevendo, e la ragazza che serve ai tavoli non tarda ad offrire anche a noi tre caraquillos, degli speciali caffè corretti al rum che ci aiutano a sopportare meglio la mestizia che sempre sopraggiunge al termine di un viaggio. Quando facciamo per andare via, la ragazza timidamente si avvicina e ci chiede ragione delle nostre mute stagne: “Siete palombari?” – “No, andiamo in kayak!” - “Kayak, lo que è esto?”

Il diario di viaggio è sul blog dedicato: http://ibizakayaktour2010.blogspot.com
 

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