TATIYAK - articoli

Capodanno in Sicilia
29 dicembre 2003 - 5 gennaio 2004
testo e immagini di Tatiana Cappucci
tratto da Pagaiando n. 6 - dicembre 2004


A qualcuno era venuto in mente tempo fa di organizzare un raduno nelle lontane acque catanesi anche con lo scopo di promuovere il kajak da mare nei mari del sud; l’idea è piaciuta a tanta gente e così abbiamo deciso di imbarcarci tutti insieme da Napoli per arrivare a Catania la mattina del 29 dicembre...
L’ospitalità siciliana e le capacità inventive dei nostri ospiti hanno avuto la meglio sulla lentezza meridionale, che come d’incanto aveva attanagliato tutti sin dallo sbarco, e sulla pigrizia collettiva, che sembrava doverosa nei primi giorni di vacanza; poi le cene luculliane preparate ad arte dalle padrone di casa e lo sfavillante cenone di capodanno, cui qualcuno si è dedicato con particolare cura e con notevoli risultati, hanno ulteriormente contribuito a spegnere in alcuni l’entusiasmo marino e talvolta in acqua ci siamo ritrovati solo in 4!
Però le giornate di sole non sono mancate, la temperatura saliva magicamente anche a 16 gradi e la pioggia ci ha sorpreso in mare solo una volta ma per un breve quarto d’ora; gli ultimi tre giorni, invece sono stati coronati da un sole caldo e persistente che ci ha accompagnato fino al tramonto, da quelle parti particolarmente infuocato, e che ci ha permesso anche di fare un silenzioso rientro in notturna...
La sveglia mattutina è cadenzata sulle grida di giubilo dei nordici “fuori c’è il sole” ed in un batti baleno siamo tutti pronti per uscire!

Gli imbarchi invernali attirano sempre un certo numero di curiosi perché siamo decisamente buffi imbacuccati sotto giacche d’acqua, mute e salvagenti... qualcuno indossa anche un improbabile copricapo di pelliccia con forte spirito evocativo di Snoopy quando imita il Barone Rosso!
Costeggiamo la città nel suo tratto periferico verso Aci Castello e ci imbattiamo presto nelle rovine ben conservate del castello medioevale arroccato su uno sperone di roccia lavica creato 600 milioni di anni fa da un’eruzione vulcanica sottomarina avvenuta a 600 metri di profondità (il vantaggio di pagaiare con un geologo al seguito!)... ci avviciniamo ai Ciclopi che avremmo modo di osservare meglio l’ultimo giorno, masse informi di pietra lavica eruttata dalle profondità marine e di basalti colonnari ordinati in curiosi giochi di lunghi steli arcuati che tanto ricordano le cattedrali di Palmarola... sbarchiamo nel porticciolo di Aci Trezza per un pranzo frugale rapiti dai mille colori del posto, quelli pastello delle casette basse affacciate sul mare nero-petrolio e quelli delle barche blu e verdi tirate in secca: i lunghi nasoni di legno delle lampare erano tutti rivolti all’insù come a guardare quel cielo scuro già carico di pioggia.
Il primo dell’anno ci svegliamo inevitabilmente tardi e nel trasferimento programmato a Scicli il bel tempo ci induce ad una deviazione verso Brucoli, pittoresco paesino di pescatori sorto ai margini di un lungo fiordo scavato dal mare segnalato all’ingresso dal faro più basso del mediterraneo.
A Scicli succedono due cose singolari: la prima è stata quella di assistere tra lo scettico ed il divertito alla costruzione di un kajak divisibile, le cui fasi sono state scrupolosamente documentate dagli scatti fotografici del nostro ospite; la seconda è stata quella di entrare in un romanzo e di vivere per due lunghissimi giorni al vita del Gattopardo, privilegiati ospiti di una squisita famiglia siciliana proprietaria di un palazzotto signorile carico di maioliche, mobili e stampe d’epoca, quadri settecenteschi, soffitti a crociera affrescati con i colori caldi degli arredi, divani imbottiti e tavole imbandite... da rimanere a bocca aperta!!!

A Marzamemi ci trasferiamo il 3 di gennaio, partendo di buon ora ma lasciando alcuni a fare compere e a lavare calzini... e viviamo in kajak i tre giorni più intensi della vacanza siciliana … uscite che non hanno mancato di suscitare polemiche ma che sono state divertenti e spettacolari sia da terra che da mare!
Purtroppo l’impatto visivo con la costa non è stato dei migliori ed anche un occhio allenato come quello del nostro ospite geologo non riesce a chiudersi sugli scempi perpetrati con sistematica pervicacia dall’abusivismo edilizio, dall’assenteismo istituzionale e dalla assoluta mancanza di regole minime di civile convivenza... scarichi fognari a cielo aperto perfettamente riconoscibili navigando sotto costa, palazzine incompiute con le palafitte in cemento armato dolorosamente conficcate nella scogliera, interi villaggi residenziali ancora senza rete idrica ma rigorosamente affacciati sul mare.
Però ci godiamo anche lo spettacolo delle ciminiere di mattoni rossi restaurate di fresco a far bella mostra di sé nelle tonnare dismesse, che sempre più spesso ospitano riserve naturali, bucolici alberghetti o sontuose residenze estive... e poi il gioiello del borgo marinaro di Marzamemi, un piccolo agglomerato di casupole basse intorno ad una chiesa ormai sconsacrata contornata da vecchie rimesse di mattoni dove trovavano riparo i tanti pescherecci del posto e che hanno conservato ognuna il proprio scivolo in mare, leggero declivio ricavato nel selciato del porticciolo, tanto che con l’alta marea le auto non possono passare senza entrare nell’acqua fino agli sportelli... ma per entrare in kajak che comodità!
Allora... nella prima uscita abbiamo lasciato alle nostre spalle una casina rossa appollaiata su un microscopico isolotto proprio nel centro del porto e ci siamo diretti alla volta della spettacolare Riserva Tafuri, grande residenza estiva di una potente famiglia del luogo che ha conservato il fascino decadente delle vecchie case coloniche impreziosite da colonnine e capitelli e ampie verande sul mare... la tonnara confinante ha conservato pressocchè intatta un’alta ciminiera di mattoni rossi sulla cui sommità sono stati incastonati i profili stilizzati di due tonni come fosse un’insolita installazione d’arte moderna a cielo aperto... il panorama che si gode dalla terrazza della villa deve essere davvero mozzafiato, con il profilo nitido dell’isola di Capo Passaro proprio di fronte ed una stretta lingua di terra che si protende verso il mare aperto come a voler raggiungere il forte diroccato ed il faro che ancora campeggiano sull’isola … la costa in quel tratto è molto bella ed ancora di più lo sembrano i fondali: lunghe inclusioni di pietra lavica incuneate tra strati rocciosi di diverso colore e l’acqua di un verde cristallino nonostante la poca luce invernale... la cosa più curiosa che mi è capitato di notare durante la sosta sulla spiaggetta chiusa tra le case presumibilmente abusive ai margini del paesino, è stato il faro di Porto Palo, esemplare unico nel suo genere perché svetta non sulla costa ma tra i tetti delle case del paese... poi l’Isola delle Correnti attira la nostra attenzione, per il nome, per la posizione geografica (estremo lembo di terra siciliana che sprofonda oltre la linea tunisina), per i frangenti e per il tramonto... ci divertiamo con alterne fortune a cavalcare le onde che frangono rumorose contro una sottile striscia di scogli che ci separa dalle acrobazie effettuate sull’altro versante da qualche surfista solitario... il rientro è colorato di un rosso luminoso e le nuvole assumono la consistenza magmatica di grossi batuffoli imbevuti d’alcool ed in lenta successione prendono la forma di un peloso barboncino e di una cremosa torta nuziale... il rientro in notturna al porto è coronato dalla visita al presepe sottomarino allestito proprio sotto una inquietante croce al neon blu...

Nella seconda uscita ci siamo scontrati con alti frangenti che rompevano proprio sotto la diga foranea e che hanno reso difficoltoso l’ingresso in mare aperto... il più esperto dei quattro “avventurieri” ha bucato male il primo di una fitta serie di frangenti e si è ritrovato subito in acqua: la sensazione generale è stata quella che gli altri tre avessero avuto un gran colpo di fortuna... certo, lo spettacolo goduto dalla banchina del porto deve essere stato davvero emozionante e si capiva bene dalle urla incomprensibili che il vento faceva arrivare alle nostre orecchie... ricostituito il gruppo ci siamo diretti alla volta della bistrattata ma bella Riserva naturale di Vindicari, chiusa a terra da una larga corona di acquitrini verdognoli, che d’estate devono diventare ritrovo privilegiato di insetti e zanzare, e delimitata a mare da una solitaria casupola abbandonata sulla scogliera naturale che creava quel giorno un invitante balletto di numerosi frangenti di varie dimensioni... anche questi cavalcati con alterne fortune, prima durante e dopo l’atterraggio, sotto lo sguardo vigile della numerosa truppa di istruttori e guide marine che ci avevano fatto la gradita sorpresa di raggiungere via terra il punto di sbarco... il rientro è stato un po’ più impegnativo perché si era nel frattempo alzata una bava di vento e le onde lunghe di grecale si mescolavano disordinatamente con quelle contrarie provocate dal vento di terra... in questi casi mi assale un timore reverenziale per il mare e la concentrazione mi induce a contare le pagaiate e lo sguardo rimane fisso sulla costa e spesso mi capita di commentare a voce alta quello vedo e la fusione irraggiungibile con la barca diventa la preoccupazione dominante e certe volte non vedo l’ora di rimettere i piedi a terra... Abbiamo rischiato di dover rientrare cavalcando cavalloni incavalcabili che ruggivano minacciosi fin dentro il porto ma poi abbiamo trovato rifugio nell’ansa più riparata del porto nuovo e tutto è finito in bellezza!
Siamo tornati nel continente a malincuore, nelle orecchie ancora quella seducente inflessione dialettale, gli occhi pieni dei colori sanguigni e la bocca colma di sapori decisi di quella terra martoriata ed offesa, abitata da gente bella e coraggiosa che ha saputo resistere all’abbraccio soffocante della mafia e che ha saputo crescere generazioni intere di uomini saggi e propositivi come i nostri impareggiabili ospiti.

 

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