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La "Stella Polare"
ed il suo viaggio avventuroso

Emilio Salgari – Ed. Viglongo Editore 2001

Scheda del 22 luglio 2011 a cura di Tatiana Cappucci

Una riproduzione anastatica dell’edizione originale del 1900, pubblicata ancora nel 1950 col titolo “Verso l’Artide colla Stella Polare”, modificato poi più volte nel corso degli anni al mutare degli editori. E’ illustrato da fotografie, ritratti e ben dieci disegni di Gamba, che rendono l’opera ancora più avvincente ed affascinante.

La prima edizione del volume risale al lontano dicembre 1900: "La Stella Polare" fu scritto quasi in contemporanea con il viaggio esplorativo del Duca degli Abruzzi per rispondere alle richieste dell’editore, che voleva un "instant book" da vendere come "strenna natalizia", senza inimicarsi la famiglia reale italiana e cercando di evitare una querelle letteraria, finita comunque in Tribunale. A causa del suo rigore giornalistico, è forse uno dei libri meno avvincenti di Salgari, che così introduce il volume: “Ai miei giovani lettori, per vostra strenna di Natale quest’anno ho scritto il presente racconto, desunto dagli articoli pubblicati dai giornali e dalle riviste scientifiche, sul viaggio della Stella Polare verso il Polo Nord... La relazione ufficiale, che il Duca degli Abruzzi sta preparando, è destinata agli scienziati; il racconto che ho scritto per voi, invece, è tessuto su quanto sinora l’Augusto Principe ha comunicato alla stampa ed al pubblico; ma vi ho intercalato quanto si conosce sulle regioni iperboree, cercando di rendere popolare, attraente ed istruttiva la storia dei viaggi polari...”.
Pur seduto alla sua scrivania, Salgari lascia libera la fantasia di animare il suo racconto e parte all’avventura come fosse un membro della spedizione: salpa sulla Stella Polare, un legno del 1882 rinforzato nello scafo e con 22 uomini di equipaggio, capitanati dall’allora ventiseienne Duca degli Abruzzi, che nella notte artica perde due dita della mano per il congelamento.
Come un cacciatore provetto, narra di epiche battaglie con gli orsi, di slitte trainate dai cani, di caccia alle foche, ai trichechi e ai narvali, “bei pesci dotati di un’agilità straordinaria, d’una tinta azzurra e bianco argentea, a macchie semicircolari, difficilissimi da prendersi e anche talvolta pericolosi, essendo armati di un corno scannellato, aguzzo, d’un avorio compattissimo, e che è lungo un terzo e qualche volta perfino la metà del pesce”.
Parla come se li avesse calpestati di iceberg e di icefields, grandi banchi di ghiaccio, e anche di palks, lastroni di forma allungata, di streams dalla forma quasi circolare e di hummoks, piccole montagnole di ghiaccio “d’una resistenza poco considerevole”.
Spiega come li avesse provati sulla propria pelle gli effetti del freddo polare: “il ferro diventa come ardente e brucia le mani che lo toccano, il vetro diventa un pericolo e guai alle labbra che osassero posarsi sull’orlo d’un bicchiere, il pane e la carne acquistano la durezza della quercia, il legname quello delle ossa più dure, il petrolio, il vino e perfino l’acquavite formano un blocco”.

     

Ed incontra i popoli del grande nord, dapprima i lapponi, biondi e tozzi, dai capelli scarmigliati e “così sporchi da far ribrezzo”, poi i siberiani, uomini di parola, ed infine gli "eschimesi", di cui traccia fattezze e caratteristiche in maniera magistrale: “Sono uomini di statura piuttosto piccola, col corpo grosso, tozzo, le gambe corte, gli zigomi sporgenti, la faccia larga, il naso schiacciato, i capelli lunghi e ruvidi e la pelle giallo-bruna, coperta eternamente da uno strato di grasso di tinta indefinibile che tramanda un odore pestifero d’olio rancido e che mai si toglie”.
Talvolta esagera, come quando enuncia l’altezza degli iceberg in 200 metri, che invece sono alti “solo” alcune decine di metri, oppure quando parla di incontri con dozzine di orsi polari, che mai si riuniscono in branchi se non quando incontrano qualche carcassa di animale.
Il tono è sempre un po’ retorico, ma il suo piglio avventuroso è coinvolgente, la lettura scivola via che è un piacere.
Gli si possono così facilmente perdonare delle piccole incongruenze o delle superficiali disattenzioni e fa quasi sorridere la sua definizione del nostro amato kayak, che non poteva certo mancare nella narrazione dell’esplorazione artica, e che lo scrittore definisce ora barchetta e ora canotto (sigh!): “con le pelli delle foche... (l’eschimese) copre le sue barchette chiamate kayaks, rendendole impermeabili... s’imbarca sul suo canotto, s’affida audacemente alle onde e va ad assalire i mammiferi che sono numerosi nelle sue regioni”.
Poco più avanti si dilunga in qualche altro dettaglio, quando i preparativi fervono per “l’assalto al polo” e tutto deve essere controllato: “Si preparano slitte e si rinforzano, onde possano resistere meglio agli urti; si scelgono con gran cura i viveri, le armi, le munizioni, le vesti per poter sfidare i rigori intensi del freddo, le lampade a spirito... e si esaminano attentamente i kajak (stavolta con la j!), quei piccoli canotti usati dagli eschimesi, formati di pelli montate su uno scheletro leggerissimo e che possono essere necessari per attraversare i canali”. Si direbbe quasi che Salgari ne abbia visto davvero uno e ci sia salito sopra, solo che non sappia bene come chiamarlo.
E gli si perdona anche l'uso del termine "eschimese", mantenuto nel testo anche nella più recente edizione, perché al principio del Novecento non era certo adottato in tono dispregiativo come poi sarà nel corso dei decenni successivi, tanto che oggi gli Inuit rivendicano il loro nome storico.
La spedizione italiana avrà successo: pur non riuscendo a raggiungere il Polo Nord, gli uomini del capitano Cagni superano tutti i punti sino ad allora toccati dai precedenti esploratori, compreso Nansen, che pure aveva raggiunto gli 86° nord, e lo stesso Peary, che nel medesimo periodo si doveva arrestare a 84°17’ 27’’ nord, due gradi meno.
“A 86°33' ed a 65° di longitudine Greenwick, la spedizione, sfinita, esausta e già alle prese con la fame, s'arresta. E' impossibile andare più innanzi. Il polo è la morte. E' il giorno di San Marco, patrono di Venezia. Spiegano la bandiera italiana al gelido vento polare, più innanzi di tutti quelli che si sono avanzati in quelle regioni dei ghiacci eterni e s'accampano per solennizzare meglio che possono il felice avvenimento”.
Queste folli corse verso la conquista del Polo Nord, che gli Inuit non riuscivano a comprendere in nessun modo, ritenendo gli sforzi degli europei inutili perché rivolti ad una zona di ghiaccio dove non c’era niente, neanche animali da cacciare, dovevano continuare ancora per molti anni e vengono magistralmente riassunte nell’appendice del volume, con alcuni interessanti saggi di studiosi ed esperti. Il volume, infatti, è stato ristampato con la collaborazione del Museo Nazionale della Montagna di Torino, che non a caso porta il nome del Duca degli Abruzzi.

Emilio Salgari non è solo l’autore di Sandokan e dei pirati della Malesia, i romanzi di avventura che hanno accompagnato la nostra infanzia e che hanno avuto felici trasposizioni cinematografiche. E’ stato anche un prolifico scrittore e giornalista che ha sfornato decine di romanzi di avventura nei quattro angoli del mondo.
Non poteva mancare il viaggio al Polo Nord della Stella Polare, la nave della spedizione del Duca degli Abruzzi che il 25 aprile 1900 issò la bandiera italiana nei pressi del polo. Come altri racconti dalle terre dei ghiacci, che non è facile scovare negli scaffali polverosi delle librerie dell’usato ma che talvolta vengono ristampati: merita di essere letto “Nel paese dei ghiacci” – Fabbri Editore 2002 – con illustrazioni di Alberto Della Valle e due lunghi racconti di mare, “I naufraghi dello Spitzberg” e “I cacciatori di foche della Baia di Baffin”, ambientati in quelle zone fredde prediletto dall’autore. Famoso per i suoi romanzi, Salgari trova nei racconti uno stile narrativo a lui congeniale, espressione di una scrittura intensa, essenziale, lineare, fortemente legata alla capacità di narrare e di conquistare il lettore.
 

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