TATIYAK - letture

Il senso di Smilla per la neve
(Frøken Smillas fornemmelse for sne)
Peter Hoeg - Ed. Mondadori 1995

Scheda del 18 gennaio 2009 a cura di Tatiana Cappucci

Smilla è una donna fiera, ribelle, scontrosa.
Smilla è una scienziata, una glaciologa, una groenlandese.
L’anno in cui nacque, la madre andò in Groenlandia occidentale e da lì riporto il nome di Millaaraq. Poiché ricordava al padre la parola danese mild, dolce, e poiché lui voleva sottoporre tutto ciò che era groenlandese ad una trasformazione che lo rendesse europeo e familiare, e poiché dissero che la neonata gli avesse rivolto un sorriso, in danese smill, i suoi genitori di accordarono su Smillaaraq, “che per l’usura cui il tempo sottopone tutti noi fu abbreviato in Smilla”.

La madre di Smilla era una cacciatrice inuit.
Quando intorno ai dodici anni, accompagnando il padre a caccia di foche, si accorse che l’uomo sbagliava la mira e mancava le prede perché stava diventando cieco, la donna valutò le diverse possibilità per il suo futuro: “il sussidio sociale, che al giorno d’oggi in Groenlandia è al di sotto del minimo necessario per la sopravvivenza, oppure la morte per fame, che non era insolita, o ancora una vita sulle spalle dei parenti, che già non riuscivano a cavarsela da soli... quando la foca rimise fuori la testa, lei sparò, e a partire da quella foca divenne cacciatrice.
Usava un kayak costruito come nel XVI secolo, prima che l’arte del kayak scomparisse dalla Groenlandia settentrionale. Ma usava come galleggiante da pesca una tanica di plastica sigillata. Anche se non era usuale, accadeva che molte donne cacciassero come gli uomini, “nella certezza, ovvia in Groenlandia, che ciascuno dei due sessi racchiude in sé potenzialmente l’altro”. In tal caso, le donne dovevano vestirsi da uomini e rinunciare alla vita familiare, perché la collettività poteva sopportare un cambiamento di sesso, ma non uno stati di transizione fluttuante. Il caso della madre di Smilla, però, era diverso: “lei faceva l’amore e partoriva i suoi figli, sparlava dei suoi amici e puliva le pelli come una donna. Ma sparava, andava in kayak e trascinava la carne a casa come un uomo”.
Ma poi trovarono i resti del suo kayak e da quelli conclusero che fosse stato un tricheco (i trichechi sono imprevedibili, possono essere ipersensibili e schivi, ma se solo si spingono un po’ più a sud, ed è un autunno con poco pesce, si trasformano negli assassini più rapidi e meticolosi del grande mare). La madre di Smilla scomparve in mare e non fece più ritorno (chi cade in mare in Groenlandia non torna più a galla perché l’acqua è sotto i quattro gradi e a quella temperatura ogni processo di decomposizione si ferma, viene a mancare la fermentazione del contenuto dello stomaco, che normalmente procura ai suicidi una nuova spinta verso l’alto e li riporta a riva, cadaveri restituiti dal mare).
Il fratello di Smilla era stato un grande cacciatore per dieci anni, incontestato re del ghiaccio; ma quando chiusero lo spaccio del commercio groenlandese e lo costrinsero a trasferirsi in città, lui andò a spazzare i moli del porto. L’anno dopo si impiccò, proprio quando il tasso di suicidi in Groenlandia fu il più alto del mondo: la difficile conciliazione tra la modernizzazione ed il mestiere di cacciatore.
Il padre di Smilla è un famoso medico danese, avido di denaro e morbosamente attaccato alla figlia; quando muore la madre, la costringe a seguirlo in Danimarca e per anni Smilla, incapace di comprendere la cultura europea, ha cercato di tornare in Groenlandia.

Smilla sa leggere la neve... è idrofoba ma adora il ghiaccio: copre l’acqua e la rende solida, sicura, percorribile, trattabile. Smilla ha sempre avuto paura del mare e non è mai riuscita a salire in kayak, anche se sapevo che questo era il grande desiderio della madre.
Smilla ha uno straordinario senso dell’orientamento, che ha poco a che vedere con le teorie scientifiche e molto con il suo dna.
Smilla sa sempre esattamente che distanza percorre quando fa un passo: in Groenlandia le distanze si misurano in sinik, in “sonni”, nel numero di pernottamenti che un viaggio richiede; non è una vera distanza, perché secondo il tempo e la stagione, il numero di sinik può cambiare; non è nemmeno un concetto temporale, perché con una tempesta in arrivo un tragitto che avrebbe richiesto due pernottamenti può diventare un viaggio di una sola spossante tirata. Sinik è un concetto spazio temporale che descrive l’unione di spazio, movimento e tempo, connubio ritenuto naturale dagli inuit ma termine inafferrabile per una lingua europea.
Smilla racconta che il sinik non è una distanza ma che aiuta a misurare la distanza: quando correva dietro alla slitta perché il cielo era nero di pioggia, sapeva che lo spazio intorno diventava la metà del numero di sinik che occorreva quando si faceva trascinare sul ghiaccio nuovo; con le nebbia raddoppiava, con una tempesta di neve arrivava a decuplicarsi. “La distanza europea, invece, il metro universale di Parigi, è qualcos’altro. E’ un concetto per riformatori, per individui la cui prima e principale idea del mondo è che deve essere trasformato”!

Smilla ha un solo amico: Esajas, un bambino di origine groenlandese, figlio di una donna alcolizzata, la personificazione dei benefici dell’alcool: da sobria è rigida, muta e impacciata, da ubriaca è vivace e contenta come una pasqua; il padre di Esajas è morto in circostanze oscure durante una missione scientifica in Groenlandia alla ricerca di un meteorite sprofondato in un ghiacciaio, e così la famiglia riceve una ricca pensione ed ottiene un alloggio popolare nelle cosiddette Cellule Bianche, scatole prefabbricate di cemento bianco alla periferia di Copenaghen.
Smilla leggeva per Esajas, gli leggeva gli Elementi di Euclide (“Un punto è ciò che non può essere diviso. Una linea è una lunghezza senza larghezza, un semicerchio è una figura determinata da un diametro e dalla circonferenza tagliata dal diametro”) ma per Esajas era lo stesso, Smilla avrebbe potuto leggere anche l’elenco del telefono oppure il manuale di classificazione del ghiaccio: ghiaccio frazil (una membrana di breve durata che il vento e le onde infrangono presto), grease ice (una poltiglia saponosa), pancake ice (le cui lastre unite formano la banchisa), hiku (il ghiaccio permanente, il continente di mare ghiacciato lungo il quale tutti navighiamo), hikuaq e puktaaq (banchi di ghiaccio galleggiante; i più pericolosi sono i banchi blu e neri, pura acqua di fusione, pesante e profonda; a causa della loro trasparenza hanno assunto il colore dell’acqua circostante), ghiaccio bianco (proveniente dai ghiacciai), ghiaccio marino grigiastro (colorato da particelle d’aria), ivuniq (banchi di ghiaccio spinti dalla corrente e dagli urti fra le lastre), maniilaq (zolle di ghiaccio), apuhiniq (neve che il vento ha compresso in dure barricate), agiuppiniq (cumuli di neve che si seguono con la slitta quando cala la nebbia), killaq (buche nel ghiaccio), sikussaq (ghiaccio vecchio formatosi nei fiordi protetti, che col tempo si è staccato ed è stato spinto in mare), qanik (la neve che turbina, grossi cristalli quasi senza peso che cadono in grande quantità e coprono la terra con uno strato di bianco gelo polverizzato...)
Smilla ed Esajas facevano spesso il gioco dei salti, che lei aveva giocato tante volte nella sua infanzia groenlandese: uno salta su una superficie di neve pulita, l’altro aspetta, girato dall’altra parte, e dopo cerca di ricostruire i salti del primo sulla base delle orme lasciate sulla neve. Esajas saltava come un sacco di pulci, era astuto, faceva un giro e mezzo in aria e atterrava su un piede solo, poi tornava indietro sulle sue orme. Ma ogni volta, ogni volta Smilla indovinava!

Smilla voleva bene ad Esajas, le riempiva una vita divenuta vuota e dava un senso alla sua solitudine, oltre a ricordarle quotidianamente le sue origine groenlandesi (“Ti voglio raccontare perché mi sento legata agli eschimesi: per la loro capacità di sapere, senza ombra di dubbio, che l’esistenza ha un senso. Per il modo in cui vivono coscientemente nella tensione fra contraddizioni inconciliabili senza sprofondare nella disperazione e senza cercare una soluzione semplicistica. Per il loro rapido passaggio all’estasi. Perché possono incontrare una persona e vederla com’è, senza giudicarla e senza che la lucidità di mente sia indebolita da pregiudizi”).
Smilla sa bene che anche Esajas si sente spaesato in Danimarca: “non ho passato un giorno della mia vita adulta senza stupirmi di quanto male si capiscano danesi e groenlandesi. Naturalmente i groenlandesi sono nella posizione peggiore. Non è salutare per il funambolo essere capito male da chi gli tiene la corda. E in questo secolo la vita degli inuit è stato un esercizio di funambolismo su una corda fissata da un lato al paese con il clima più duro e più variabile che ci sia, e dall’altro all’amministrazione danese”.
Quando Esajas muore, cadendo da un tetto, Smilla scoprirà l’amore, l’odio, la follia, l’avidità, il sospetto, la delusione, la resistenza, la caparbietà; affrontando un lungo viaggio che la condurrà nuovamente in Groenlandia, Smilla scoprirà la verità.
Esajas non è caduto, è stato spinto. Lo dice la neve, Smilla lo ha letto nella neve.

Peter Hoeg è un giovane scrittore danese che vive a Copenhagen con moglie e figli ma senza cellulare, auto, televisione e senza computer. E nonostante questa lontananza dalla tecnologia, lo scrittore si distingue fra i contemporanei per l'interesse nella scienza e per la capacità di sfruttarne le immagini per spunti narrativi molto interessanti, oltre che per la sapienza con cui dissemina nei suoi scritti riflessioni lievi sulle contraddizioni del pensiero occidentale (C’è solo un modo per comprendere un’altra cultura. Viverla). Anche se talvolta i temi scientifici sono trattati con superficialità, Hoeg cerca di pescare direttamente nell’immaginario intorno alla scienza (lei legge romanzi?...): nelle sensazioni che un teorema o un fenomeno fisico evocano a livello irrazionale, nei sentimenti scatenati dalla conoscenza di un modello scientifico o di una possibilità matematica.
Prima di diventare famoso con il romanzo “Il senso di Smilla per la neve”, Peter Hoeg ha fatto molti mestieri: ballerino, attore, insegnante, guida, marinaio. Dal libro è stato tratto il film "Il senso di Smilla per la neve".
Smilla colpisce per il suo rapporto profondo e particolare con la matematica: “Se qualcuno mi chiedesse che cosa mi rende davvero felice, io risponderei: i numeri. La neve, il ghiaccio e i numeri”.

Ma soprattutto Smilla seduce perché è groenlandese ed il suo mondo si popola di tradizioni inuit (“In Groenlandia si vive così vicini gli uni agli altri. Si dorme in molti in ogni stanza. Si sentono e si vedono continuamente tutti. La comunità è così piccola... Il contrasto è con la natura. Ogni cacciatore, ogni bambino viene preso da un delirio selvaggio quando si allontana dall’agglomerato”), di racconti familiari (“Ho portato i miei kamik. Le suole dei kamik sono poco resistenti all’usura. Quando eravamo bambini, non potevamo indossarli per ballare se c’era sabbia sul pavimento. Potevano consumarsi in una notte. Ma sulla neve e sul ghiaccio, dove la frizione è diversa, la loro resistenza è straordinaria), di ricostruzioni storiche (“Secondo la politica degli anni Settanta, la Groenlandia doveva ufficialmente diventare “la regione più settentrionale della
Danimarca”e gli inuit dovevano essere ufficialmente chiamati “danesi del nord”, ed “essere educati ai diritti degli altri danesi”, come disse il capo del governo”), di osservazioni sarcastiche (“I craniologi francesi ebbero seri problemi in Groenlandia. Erano convinti che ci fosse un rapporto diretto fra l’intelligenza di una persona e la grandezza del cranio. Nei groenlandesi, che loro consideravano una forma di passaggio dalla scimmia all’uomo, trovarono i crani più grandi del mondo”), di parole sapienti (“ Nell’artico la compassione non è una buona virtù, è piuttosto una specie di insensibilità: una mancanza di senso degli animali, dell’ambiente, e del valore della necessità).
E di riflessioni amare, per un popolo che ha inventato ben 49 parole per descrivere la neve ma nessuna parola per spiegare la guerra: “Ciò che è diventato ovvio non lo notiamo più. E’ diventato ovvio vedere groenlandesi in divisa e armati. Ovvio per noi fare la guerra”.

 

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