TATIYAK - letture

Un africano in Groenlandia
(L'africain du Groenland)
Tété-Michel Kpomassie – Ed. Vallardi 1986

Scheda del 23 giugno 2009 a cura di Tatiana Cappucci

La prefazione di Jean Malaurie non lascia adito a dubbi: è un libro da leggere!
E’ il resoconto del lungo viaggio intrapreso da un giovane africano proveniente dal Togo che, appena ventenne, decide di raggiungere la più grande isola del mondo, la Groenlandia.
E’ considerato una pietra miliare della letteratura togolese e costituisce uno dei pochi esempi di “contro-sguardo”: “l’Africa non solo si alza e si prepara, ma parte alla scoperta del mondo e lo giudica secondo i suoi principi”, come sottolinea nell’introduzione Malaurie, uno dei massimi esperti mondiali di storia e cultura groenlandese.
Kpomassie ci offre una prospettiva nuova ed insolita, quella che è sempre mancata a noi bianchi europei per allargare la nostra visione del mondo: l’Artico, sino a quel momento percorso solo da esploratori e missionari, viene “scoperto” da un ragazzo africano, curioso ed intraprendente, che suo malgrado ha subito il destino comune a tutti i popoli colonizzati, Inuit compresi: quello di essere considerati primitivi ed incivili.
Kpomassie si avvicina agli Inuit perché riconosce nella loro cultura il fascino della tradizione orale, simile a quella africana, perché intuisce nella loro educazione la minaccia della colonizzazione bianca, come per quella africana, perché ritrova nelle loro abitudini un legame essenziale ed una similitudine nascosta con le sue usanze africane.

All’età di sedici anni, Kpomassie subisce uno choc psico-fisico fortissimo: precipita da una palma da cocco sulla quale si è arrampicato a mani nude per raccogliere i rami con i quali intrecciare cestini... un grosso serpente gli si attorciglia sulla testa e gli scorre lungo la schiena e nonostante i suoi tentativi di divincolarsi lo terrorizza al punto da fargli perdere l’equilibrio e da farlo precipitare a terra... prostrato dall’evento, rimane a lungo sospeso tra la vita e la morte e viene condotta dal padre presso la sacerdotessa dell’ordine degli adoratori dei serpenti, venerato nel villaggio come una divinità... il ragazzo viene sottoposto ad un rito di purificazione, attraverso un bagno freddo di erbe aromatiche ed un incontro ravvicinato con un pitone gigantesco che gli si arrotola lungo le gambe e gli sibila con la lingua nelle orecchie e sul viso... una prova durissima!
Colpita dalla sensibilità del giovane, la sacerdotessa lo invita a tornare da lei una volta guarito ed il ragazzo, forse per il terrore di rientrare nella foresta o forse perché sedotto da una lettura conclusa durante la convalescenza, sceglie di andare a vivere con gli Inuit della Groenlandia, un paese dove non crescono gli alberi e dove sicuramente non esistono i serpenti!
Così Kpomassie si mette in viaggio, lavora in diversi paesi africani, dal Ghana alla Costa d’Avorio, dal Senegal al Libano, attraversando numerose frontiere, sempre via terra o via mare; impara l’inglese ed il francese e presta servizio come interprete e traduttore presso molte ambasciate straniere, e nell’era dei viaggi intercontinentali impiega sei anni per lasciare la sua Africa ed altri due per trasferirsi dalla Francia alla Danimarca, dove finalmente, dopo molti mesi e molte resistenze, il commissario per la regione artica gli concede il visto e gli augura buon viaggio: “Una volta là, non si faccia schiacciare da un iceberg”!
Già la prima parte del racconto, le prime cento pagine, sono un viaggio nel viaggio, un resoconto appassionante delle disavventure di un avventuriero... preparano all’arrivo nell’Artico, fanno assaporare la meraviglia, fanno pregustare l’incontro con il Grande Nord!
Autodidatta, Kpomassie passa le sue ore libere a Copenaghen alla Biblioteca o al Museo Nazionale, che conservano una notevole collezione di opere d’arte Inuit... spinto da una innata curiosità per quel popolo lontano scopre prima di raggiungerlo che vive in un mondo di ghiacci e di temperature bassissime, difficili da comprendere per un africano abituato al caldo afoso della sua terra desertica... ma forse il deserto, africano e artico, costituisce un punto di unione nel viaggio di scoperta di Kpomassie e lui stesso afferma di non essere stato capace di immaginare una temperatura inferiore ai dice gradi ma di avere sognato soltanto “una freschezza continua”.
Ed infatti, nonostante il suo abbigliamento “procurato a buon prezzo” (un paio di vecchie scarpe militari, un cappotto imbottito, due maglioni di lana e due paia di muffole... in effetti un po’ leggero per l’Artico!) e nonostante il suo primo impatto con la neve, il ghiaccio e tutto quello “scintillio abbagliante”, Kpomassie non soffrirà mai il freddo, né la lontananza da casa, né la radicale diversità di abitudini sociali... si integra perfettamente nei piccoli villaggi di cacciatori groenlandesi, si sposta continuamente alla ricerca della vera anima Inuit, si ingegna per raggiungere il Nord della Groenlandia e trascorrere un inverno tra i ghiacci durante la lunga notte artica, impara a pescare, cacciare e guidare una slitta trainata dai cani come fosse un giovane Inuit, capace di apprendere quei segreti tanto necessari per sopravvivere nell’Artico!
Se Kpomassie non è il primo africano a varcare le soglie del mondo dei ghiacci (l’esploratore Robert Peary sul finire dell’800 nella corsa alla conquista del Polo Nord era accompagnato dall’americano Matthew A. Henson, suo fedele assistente di colore), è sicuramente il primo ad avere riportato un dettagliato diario di viaggio che documenta la curiosità e la fascinazione suscitata dalla sue pelle scura e dalla sua notevole statura presso il popolo Inuit.
Mentre i suoi compagni africani cercavano di garantirsi un futuro emigrando in altri paesi e mente i vari stati africani lottavano per l’indipendenza dalle potenze coloniali e cercavano di costituire una identità panafricana, Kpomassie lascia il suo paese, il suo villaggio e la sua famiglia per cercare le sue radici altrove, per costruire il suo futuro lontano, per arricchire il suo bagaglio di conoscenze ed esperienze in un viaggio intorno al mondo!
Senza risorse economiche, senza borse di studio o finanziamenti pubblici, senza sostegni di familiari o istituzioni, Kpomassie si avventura verso il Grande Nord con molti libri letti ma senza un progetto chiaro e definito, inseguendo il suo forte desiderio di raggiungere la Groenlandia!
Deve evidentemente rispondere ad un richiamo ancestrale, ad una esigenza esistenziale, ad un bisogno profondo di sottrarsi al suo destino e di affrontare l’incognito...
Il 27 giugno 1964, finalmente, Kpomassie sbarca a Julianehab, K’akortoq “la Bianca”, e con suo grande stupore capisce che partito per scoprire, diventa lui stesso una scoperta: la sua statura impressiona gli Inuit, spaventa i bambini, meraviglia gli uomini e seduce le donne... “un uomo molto grande, con i capelli come la lana nera”!
Sperimenta i primi cibi groenlandesi, il matak, pelle cruda di balena con lo spessore “della polpa di papaia”, gli ammassat, pesciolini secchi simili ad aringhe, e le tipiche bevande groenlandesi: la birra, imiak, la grappa, akvavit, il caffè, kafemik, bevuto caldo e zuccherato con l’aggiunta di un pezzetto di grasso che in parte si fonde, formando cerchi oleosi in superficie; impara le prime parole della lingua locale, namik (non è vero), mamapok (è buono), kayit (sedetevi a tavola), issipok (che freddo), utorkat igluat (casa di riposo per anziani); indossa i primi abiti groenlandesi, i kamik, gli stivali in pelle di foca, i sirkenak, i pantaloni corti in pelle di foca, e l’anorak, una tunica di tela decorata con perline colorate e motivi di pelle a risalto, che costituiscono i tre pezzi del costume tradizionale.

Scopre le prime storture della comunità groenlandese: l’alcool dilagante ed i suicidi dei giovani, l’assistenza garantita dai sussidi statali anche agli uomini “ancora validi”, la perdita dei valori tradizionali perché la scuola non aiuta i bambini ad apprezzare il loro stile di vita; ma anche la libertà sessuale delle ragazze groenlandesi e l’assoluta mancanza di riservatezza perché tutti entrano senza bussare, la mimica affascinante degli anziani nel raccontare le storie di caccia, il grande amore che nutrono per la propria terra e l’assoluta mancanza di prigioni... anzi una sola costruzione con sei posti che assomiglia ad un’aia ed il cui carceriere non è armato, perché i detenuti rimangono liberi durante il giorno, non indossano una divisa e scontano generalmente la metà della pena, consapevoli dell’importanza del reinserimento sociale che tanta fatica costa ancora a noi occidentali!
A stretto contatto con i cacciatori Inuit capirà cos’è l’isteria artica che attanaglia durante il buio inverno artico, vedrà per la prima volta l’aurora boreale che descrive come un sipario fosforescente con pieghe ampie e fluttuanti, conoscerà l’aggressività e la fedeltà dei cani husky... imparerà a cacciare la foca, la balena, gli ippoglossi e perfino gli squali azzurri destinati a sfamare i cani... sincronizzerà il suo orologio biologico su quello artico, che richiede, per esempio di spedire i regali natalizi con ampio anticipo, altrimenti rischiano di essere recapitati a marzo o aprile... vivrà con gli Inuit la giornata del 1° maggio e capirà che le battaglie salariali sono uguali in tutte la parti del mondo: “a lavoro uguale, salario uguale”, reclamano gli operai groenlandesi per ottenere lo stesso trattamento degli operai danesi...

                     

C’è il kayak, nei racconti di Kpomassie, il kayak che aiuta nella caccia e che procura la morte.
Il kayak costruito in pelle di foca, custodito davanti alla casa del cacciatore, trasportato con cura; il kayak utilizzato per le lunghe battute di caccia tra i ghiacci e per assicurare il sostentamento alla famiglia che attende a casa...
“Il cacciatore esce a cercare un taadotat, un grembiule per kayak di pelle di foca; è una specie di pantalone senza cavallo, che termina con un orlo nel quale passa un cordone di cuoio. Prima di lasciarsi scivolare nel kayak attraverso l’apertura circolare, il cacciatore solleva questo grembiule sopra i pantaloni, come una gonna stretta in vita; poi, seduto con le gambe allungate nel kayak, attacca la parte inferiore del taadotat al bordo dell’apertura; questo gli permette di essere tutt’uno con l’imbarcazione e, contemporaneamente, di impedire che l’acqua entri nell’apertura... Rimasto fuori tutta la notte, il taadotat gelato è rigido come un pezzo di lamiera. Con forza, il cacciatore lo piega diverse volte per ammorbidirlo e lo strofina con un pesante pezzo di grasso giallo... Poi lo appende a un chiodo ricurvo del soffitto... scalda le muffole, le fodera con i licheni, dopo averli sfregati tra le mani, stacca il taadotat, lo riscalda, poi va a imbarcarsi nel suo kayak...
Il cacciatore rientra, pagaiando alternativamente a destra e a sinistra senza interruzione. Accosta alla roccia, stacca il taadotat, poi si solleva tirandosi fuori dal kayak e appoggiandosi goffamente all’argine roccioso. L’ingresso e l’uscita da questa fragile imbarcazione sono due operazioni difficili che richiedono un grande equilibrio... Ripone la pagaia nella parte finale appiattita del kayak che termina con un osso bianco bel levigato. La barca, portata con una mano e appoggiata sull’anca, viene appesa a due legni sporgenti del grande essiccatoio davanti casa... lontano dalla portata dei cani che divorano tutto ciò che è in pelle, anche le fruste...”.

Tété-Michel Kpomassie è nato a Atoeta, in Togo, una manciata di capanne di mattoni di fango coperti di paglia.
Il padre vive secondo le tradizioni del paese: elettricista di professione e santone di elezione, vive in un complesso di capanne con le sue otto mogli ed i suoi ventisei figli. Kpomassie è il primo figlio della terza moglie del padre.
La madre non sapeva leggere ma lui ha potuto studiare e ha conseguito il diploma scolastico a Lomè, studiando la storia francese e non quella africana.
Al rientro dal suo viaggio, viene “scoperto” da Jean Malaurie, che ha sentito raccontare la sua strana storia da alcuni giornalisti francesi: lo invita così a raccontare la sua esperienza in un resoconto scritto.
La cronaca del suo viaggio in Groenlandia ha vinto nel 1981 il “Prix Littéraire Francophone International” e la sua traduzione inglese è stata riconosciuta nel 1983 come libro dell’anno dal prestigioso “ New York Times”.
Kpomassie ha scritto numerosi articoli e racconti per diverse pubblicazioni francesi ed è spesso invitato a rilasciare interviste in rassegne e festival letterari: http://www.festivalandco.com

 

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