TATIYAK - Cineforum Inuit 2009

Inauditi Inuit
Regia di Davide Manuli
Direttore della fotografia: Jean-François Parquet
Protagonisti: Davide Manuli, Jérôme Duranteu, Jean-François Parquet
Film documentario a colori, in francese, inglese ed inuktitut con sottotitoli in italiano
Durata 75 minuti

Scheda a cura di Tatiana Cappucci

Inauditi Inuit! è un film documentario italiano realizzato nel 2006 nei territori del Nunavut Canadese.
Il regista ed il suo assistente partono per il nord del Canada per documentare un progetto di telemedicina il cui scopo è curare a distanza gli Inuit dei lontani territori del Nunavut, a ridosso del Polo Nord.
Scoprono però che quel progetto non ha mai funzionato e decidono così di realizzare un film differente.

Una strada innevata, una motoslitta, poi una seconda; si susseguono lentamente una serie di riprese “casalinghe”, volutamente mosse e scoordinate, ed una altrettanto scoordinata serie di interviste.
L’aurora boreale accompagna i titoli di testa e scopriamo che Venere è anche detta la stella dei pastori.
Quindici capitoli introdotti ognuno da una veloce schermata in campo nero ci permettono di seguire le peripezie degli operatori, alla ricerca dapprima del responsabile del servizio di telemedicina, poi dei possibili pazienti ed infine di un progetto alternativo per documentare la condizione di vita degli Inuit del Nunavut.
Sembrano impreparati. Impreparati al freddo, alla lingua, allo stile di vita degli Inuit.
Ma il loro sguardo smaliziato mette in luce aspetti curiosi della difficile vita tra i ghiacci.
Ancora nel 2006 le giovani donne Inuit si recano in ospedale nei loro bianchi vestiti tradizionali con i bambini ben protetti nei larghi cappucci; le stoffe sono moderne, di tessuto caldo e morbido, sono scomparse le dure pellicce da lavorare ed ammorbidire, ma la comodità non ha ceduto il passo alla moda.
Nel 2006 i taxi della capitale del Nunavut, Iqaluit, costano sempre 4,50 dollari canadesi, qualunque sia la destinazione richiesta; gestiti in cooperative, sono utilizzati sia dai bianchi che dagli Inuit, che “allora non sono poi così poveri”, commenta la voce dell’operatore fuori campo!
Sempre nel 2006 è possibile assistere all’addestramento delle mute dei cani per il traino delle slitte; i cani sono sempre tenuti legati, a distanza di sicurezza gli uni dagli altri, sfamati con grandi riguardi; quando vengono attaccati, scopriamo con incredulità che la slitta è a motore!

Il documentario raccoglie diverse immagini della vita moderna degli Inuit: la caccia alla foca attraverso il foro aperto sulla banchisa, l’aglù attraverso il quale la foca sale per respirare; la raccolta differenziata della plastica e l’attivazione di un inceneritore locale; la pratica intramontabile della caccia alla volpe bianca, la cui pelliccia morbida e spumosa attira sempre i turisti occidentali, cui viene però imposto di denunciarne e certificarne l’acquisto.
Non potevano mancare così gli artisti di Capo Dorset, famosa località Inuit dove si raccoglie una folta schiera di scultori, pittori e stampatori. Riuniti in cooperative, abili commercianti e sensibili artigiani, gli artisti Inuit hanno saputo mantenere viva nel tempo l’antica arte tradizionale dell’incisione della pietra saponaria. Anche i bambini di 10-12 anni si dilettano a creare piccoli Inukshuk, gli omini di pietra che segnala la direzione ai viaggiatori.
Sembra di entrare nel vivo del romanzo di James Huston (“Confessioni di un abitatore di igloo”) e di seguire da vicino le evoluzioni dell’arte e del commercio Inuit che così sapientemente lo scrittore-amministratore ci ha saputo riportare per iscritto: le prime forme di baratto con le pelli di orso o di foca e le successive forme di pagamento con moneta corrente, ancora poco apprezzata dagli Inuit che non sapevano cosa farne di quei fogli di carta con la faccia di un uomo stampigliata sopra, spesso truffati da balenieri senza scrupoli che li ripagavano con foglietti pubblicitari o anche solo con etichette di bottiglie...

         

In tutto questo, manca la telemedicina. Il responsabile medico del servizio intervistato all’inizio del documentario, confessa candidamente che i fondi ricevuti sono stati sufficienti per avviare l’esperimento solo sui territori dell’Ontario ma non nel lontano Nunavut… del resto, dice un altro intervistato, chi avrebbe voluto usufruire del servizio, se quando si va in ospedale è per poter parlare da vicino con un dottore?
Eppure il progetto sembrava promettere grandi cose… un po’ come questo documentario, che invece si perde lungo un’asse narrativo incerto e confuso!
Se può risultare eccezionalmente interessante seguire l’evoluzione di un progetto anche attraverso il suo fallimento, in questo caso si capisce subito che si è persa una qualsiasi idea unitaria che muova l’indagine. Senza una tesi, il materiale risulta piuttosto discontinuo, non sviluppa delle idee ma semplicemente mostra tante cose che i due protagonisti si trovano davanti. Difficile individuare un filo conduttore tra un’intervista a due scalatori, a un tizio un po’ strano, agli scultori di statuette Inuit, tra una gara canora ed un’interminabile visita al supermercato.

Presentato al 24° Torino Film Festival, il documentario italiano non ha riscosso quindi critiche positive ma è stato talora declassato dalla critica più feroce alla categoria del filmato da vacanza di due amici.
Solo sul finale, gli operatori sembrano ritrovare il bandolo della matassa e spiegano negli ultimi cinque minuti le ragioni del titolo del film: il regista che interroga i canadesi sull’esistenza del Nunavut scopre che in Canada, nonostante il tentativo di un servizio di assistenza telematica, lo stato degli Inuit è stranamente sconosciuto, nessuno conosce la data di costituzione dello stato del Nunavut ed i pochi che han sentito parlare dei territori del Nord-Ovest, parte integrante della federazione canadese, ignorano chi viva su quelle terre lontane: gli aborigeni?
Rimane l’interesse per gli appassionati di cultura Inuit per quelle immagini in campo lungo, per quelle riprese lente e monotone, per quella telecamera sempre appannata quando passa dagli esterni agli spazi chiusi e riscaldati; e a quel cristallo di ghiaccio che ad un certo punto accompagna le riprese!
Segni del tempo e dello spazio, della vita dura e lontana degli Inuit.
 

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